Terra di approdi

   Lo sbarco degli Arabi

Lambita -per fortuna- dalla seconda guerra mondiale, Capo Granitola può però vantare un ruolo da protagonista rispetto ad un altrettanto cruciale ed imponente sbarco militare. Uno sbarco avvenuto nell'evo antico. Proprio da questi rocciosi lidi, al principiare del secondo quarto del secolo IX del Signore, ebbe inizio la conquista araba della Sicilia, episodio inaugurale di una dominazione che sarebbe durata circa tre secoli (fino al 1060) e che avrebbe lasciato segni, materiali e culturali, ancora oggi impressi nell'isola e nelle sue genti.
Il 17 giugno dell'827, doppiata Punta Granitola, dal mare avresti potuto vedere un'immensa nube nera avvolgere la rocciosa costa di Quaràra e il fumo farsi più denso verso il promontorio del Saurello.

Una delle possibili cale dello sbarco arabo a Capo Granitola

Una delle possibili cale dello sbarco arabo a Capo Granitola.

Avvicinandoti, l'odore di legna arsa e di pece bruciata si sarebbe fatto sempre più forte, insopportabile: gli occhi avrebbero iniziato a lacrimare, avresti respirato con difficoltà sempre maggiore, avresti tossito, avresti bagnato un panno e lo avresti usato come filtro per i tuoi polmoni. E quando ti saresti fermato, allora, stupito, avresti visto il falò di centinaia di vascelli all'ancora, dai ponti le fiamme levarsi alte e avvolgere alberi e antenne, e le ampie vele in cui lo Scirocco aveva soffiato fino a qualche ora prima. Avresti potuto immaginare -sbagliandoti però- un novello Archimede bizantino dalla costa manovrare con perizia specchi ustori. Ma non era stato l'esercito bizantino a ridurre quelle navi in una cenere che il mare subito diluiva nelle sue acque attraverso le correnti. L'ordine di dare alle fiamme il naviglio arabo -paradossale a raccontarsi!- era partito -stando al racconto del Fazello - dal generale arabo Al-Haedelkum, il secondo del comandante supremo della stessa flotta, tale Sinàn Ibn al-Furàt, teologo di Qairawàn. I loro uomini, un'armata di 10.000 cavalieri e 700 fanti - per lo più mercenari assoldati in Arabia, nella Berberia (Algeria), nel Sudan e in Andalusia - li puoi immaginare appena sbarcati, lì in quella che oggi - quasi inconsapevolmente- si chiama "cala dei turchi" o "approdo dei saraceni", li puoi immaginare lì, privati della speranza di fare ritorno nei lidi di partenza, quale che fosse stato l'esito della battaglia contro i bizantini. Li puoi immaginare incolleriti verso il loro incendiario condottiero, ma soprattutto li devi immaginare mentre, di fronte all'evidenza che non ci sarebbe stato alcuno scafo ad attenderli, realizzavano l'idea che oramai il loro destino era stato scritto lì, e che si sarebbero dovuti battere per vincere, per fare di quella terra la loro terra, la terra dei loro figli, visto che nella terra dei padri non ci sarebbe più stato modo di tornare. Forti di questa motivazione, ben più incisiva della promessa di denaro, le truppe del generale al-Furàt sbaragliarono i reparti posti a guardia della costa e marciarono verso nord-ovest su Mazara del Vallo, sfondarono le difese bizantine e la città fu subito presa.

Gorgo Medio

Il Gorgo Medio, probabile teatro dello scontro fra Arabi e Bizantini.

Il generale bizantino Balath riorganizzò le truppe e lanciò una massiccia controffensiva: un epico scontro campale avvenne tra arabi e bizantini, a quasi un mese dallo sbarco dei primi, il 15 luglio dell'827. I due schieramenti pugnarono -racconta l'Amari- su un pianoro acquitrinoso a breve distanza dal mare: e il pensiero corre dritto al Lago Preola e ai tre Gorgi Tondi (laghetti del Cantarro), stagni palustri che si aprono sul tratto costiero a sud di Mazara. Balath fu sconfitto e probabilmente anche ucciso in duello: la memoria del suo nome sarebbe stata onorata dai vincitori che posero all'attuale Capo Granitola il nome di Ras-el-Belat.
E' anche possibile che Ras-el-Belat non significhi "Promontorio/Capo/Punta di Balath" ma assai più semplicemente "Promontorio pianeggiante e roccioso"; "Belat" potrebbe, infatti, derivare dal nome comune "Balatah" (da cui anche il siciliano "balata") che significa sia spianata/pianoro che pietra/masso/roccia. Storia (il nome proprio "Balath") o geografia (il nome comune "Balatah"), gli arabi avrebbero per quasi trecento anni ricordato che da quel tratto costiero aveva avuto inizio la loro colonizzazione siciliana.

Lago Preola

Il lago Preola, probabile teatro dello scontro fra Arabi e Bizantini.

Narrano i vecchi del posto che quando si aprì il cantiere per la costruzione degli stabilimenti della tonnara Amodeo - intorno al 1945 - dagli scavi emersero molte ossa umane. Pare che la stessa cosa si sia ripetuta qualche anno fa durante i lavori di riqualificazione della vecchia tonnara e precisamente in occasione dello scavo della piscina olimpionica... ma sono solo voci ed è suggestivo stabilire un cortocircuito mentale tra quelle ossa e le vittime bizantine dello sbarco arabo del 17 giugno 827.
Di più certa connessione con quell'evento militare è invece quanto emerso, nel gennaio del 1878, da uno scavo effettuato nel feudo Guardiola, in Contrada "Chiusa del Pellegrino", a circa un chilometro da Campobello di Mazara. Una squadra di operai stava ponendo dei segnali sul tracciato della ferrovia che avrebbe rammagliato le province di Trapani e Palermo, quando dalla terra emerse un vaso di terracotta ricolmo di manufatti tutti in oro: una coppia di orecchini a cerchio, tre collane, un diadema, una borsetta e circa cinquecento monete in cui è rappresentata la serie ininterrotta di tutti gli imperatori bizantini dal principio (Tiberio V Absimaro, 698-705) quasi fino alla fine del secolo VIII (Costantino V, 741-775). Quel tesoro -oggi custodito al Museo Nazionale di Palermo- potrebbe essere stato nascosto nei giorni immediatamente successivi allo sbarco del 17 giugno 827, quando da Granitola giunse ai signori bizantini dell'entroterra campobellese la notizia che un'orda di infedeli si apprestava a razziare il territorio. E te la immagini la moglie del ricco signore bizantino spogliarsi dei suoi gioielli per riporli nell'anfora, dare un ultimo commosso e preoccupato saluto alla croce in lamina d'oro pendente dal fermaglio di una delle tre collane, a quella croce in cui è incisa una Madonna in piedi con le braccia e le mani aperte e sormontata da una chiara iscrizione: "hapiamapia" (Santa Maria). E immagini pure le suppliche che quella donna rivolgeva alla sua "hapiamapia", pregandola di rigettare in mare l'orda di infedeli che da lì a poco, dopo la battaglia dei Gorghi Tondi del 15 luglio 827, avrebbe attraversato il territorio di Campobello e marciato anche verso nord-est, alla volta di Selinunte, i superstiti della cui resistenza sarebbero stati bolliti - secondo il Fazello - in caldaie di rame, forse su ordine dello spietato al-Haedelkum, affinchè le altre città, terrorizzate, capitolassero senza tentare di difendersi. E poi immagini, suo marito, con qualche fedelissimo servo, uscire di casa, in piena notte, con quell'anfora ben avvolta in una qualche coperta, dirigersi verso l'aperta campagna, scegliere un punto nel terreno, scavare una buca e riporvi quel piccolo tesoro con la flebile speranza di tornare un giorno per dissotterrarlo. E riesci ad immaginarti anche la splendida villa rustica dei signori bizantini, i cui resti sarebbero stati identificati, una trentina d'anni fa, in contrada Corsale, a duecento metri dall'abitato di Campobello: un grande fabbricato con cortile interno (probabilmente porticato), scuderie, cisterna granaria, vasca per la raccolta dell'acqua pluvia, sottorraneo, stanze e vani che dovevano essere finemente addobbati...

Il Gorgo Basso

Il Gorgo Basso, probabile teatro dello scontro fra Arabi e Bizantini.

Ma perchè quello sbarco arabo a Capo Granitola/Ras-el-Belat? La spiegazione storica ufficiale -e più risaputa- è quella che - senza scomodare sentimenti e passioni umane - sottolinea per l'ennesima volta un incontestabile dato geo-politico: la posizione strategica della Sicilia al centro del Mediterraneo, testa di ponte per l'Europa continentale. Ma c'è un'altra storia, meno conosciuta, che vale la pena raccontare perchè riempie quello sbarco del 17 giugno 827 di nuovi significati, facendoci conoscere un personaggio -un eroe romantico a tutto tondo- fin qui rimasto nell'anonimato: Eufemio da Messina. Costui fu un autentico patriota siciliano, un Salvatore Giuliano ante litteram.
Colto e ricchissimo esponente di una blasonata e decadente èlite greco-bizantina autoctona, Eufemio fu nominato ammiraglio della flotta siciliana dal governatore bizantino Costantino Suda. Tanti e tali furono i suoi meriti e tale il suo carisma da offuscare, agli occhi dei siciliani, l'immagine del governatorato e della stessa Bisanzio, lontana capitale dell'Impero Romano d'Oriente. Proprio da lì partì l'ordine di costruire ad arte false accuse per screditare il valoroso ammiraglio e spianare la strada ad una sua rimozione dall'incarico. Al fine di demolire la sua pubblica immagine, le bigotte autorità bizantine strumentalizzarono l'amore sincero di Eufemio per una novizia che da tanto tempo aveva turbato il suo cuore; tale incontenibile sentimento aveva portato il valoroso amante al rapimento della sua diletta, presa subito in moglie a coronamento di un sogno per tanto tempo bramato. L'imperatore e la sua corte condannarono gravemente quella "fuitìna" e ostracizzarono Eufemio. L'invidia ed il timore di essere eclissati da questo signore indigeno li aveva portati a tanto. Ma Eufemio godeva di estesa e sincera simpatia presso il popolo siciliano: in lui vedevano la possibilità di un riscatto da un destino storico avverso, fatto di eserciti stranieri che mettevano piede sull'isola come liberatori e che, subito dopo, indossavano le vesti di oppressori. I bizantini erano invisi alle popolazioni locali, in ragione della loro politica fiscale vessatoria: Eufemio cavalcò quest'onda, questo risentimento popolare, questo conato indipendentista. Egli radunò i suoi fedelissimi, organizzò un esercito e sbarcò a Siracusa: sbaragliò le milizie di Costantino e le incalzò fino a Catania. Fu allora acclamato imperatore di Sicilia ma il suo regno fu effimero. Uno dei suoi ministri, tale Balath, già macchinava un vile tradimento: radunò dei mercenari e, con la simpatia di Bisanzio, mosse all'improvviso contro le truppe di Eufemio, il quale fu costretto a riparare con la sua famiglia nel Nord Africa.
Ed è lì, proprio lì, che ha inizio, in perfetta continuità con l'antefatto fin qui narrato, l'organizzazione dello sbarco a Capo Granitola/Ras-el-Belat. Il mai sopito desiderio di emancipare la Sicilia dai bizantini, portò Eufemio al cospetto degli emiri arabi, cui chiese una flotta e oltre diecimila uomini per riprendersi la Sicilia; in cambio, promise lauti compensi che sarebbero stati erogati a vittoria avvenuta. Eufemio, accecato dalla passione libertaria, peccò di ingenuità, commettendo un grave errore di calcolo: sarebbero stati di parola quei capi musulmani che più volte, dal 652, avevano tentato di insinuarsi in Sicilia? Nel 669 avevano messo a ferro e fuoco di Siracusa, nel 700 avevano espugnato Pantelleria, nel 740 le loro truppe avevano quasi strappato l'isola ai bizantini, quando furono improvvisamente richiamate in Africa per sedare l'ennesima rivolta berbera. Ebbene, Eufemio fu ingannato: la sua strategica conoscenza delle difese costiere bizantine e degli approdi meno protetti fu sfruttata dagli emiri per aprirsi un varco nell'isola. Il resto della storia è già stato raccontato: la flotta di al-Furàt che veleggia sospinta dallo Scirocco verso Capo Granitola, lo sbarco di cavalieri e fanti presso la "cala dei turchi" il 17 giugno 827, l'incendio delle navi arabe da parte del cinico Al-Haedelkum, la quasi immediata presa di Mazara, lo scontro con l'esercito bizantino di Balath -il traditore di Eufemio- sul pianoro dei Gorghi Tondi, la marcia su Selinunte attraverso la razziata campagna di Campobello, le fosse scavate dai bizantini per seppellire i loro morti e per occultare gli ori con le effigie dei loro imperatori e della loro "hapiamapia". Alla fine di questa storia, la tradizione popolare, che molto semplifica, avrebbe ricordato Eufemio da Messina come il bizantino che aveva tradito i siciliani vendendo la loro isola agli arabi infedeli e non come colui che in tutti i modi aveva tentato di restituire loro la libertà e la dignità di un popolo.

Antica moschea a Mazara del Vallo

Antica moschea a Mazara del Vallo.

Sotto gli arabi, Mazara fu eletta capitale dell'omonimo Vallo, la più estesa delle tre circoscrizioni amministrative in cui fu ripartito il territorio (le altre due erano il Val Demone e il Val di Noto). Quegli arabi infedeli che, sbarcando a Ras-el-Belat, si erano macchiati dei più atroci misfatti, contribuirono all'elevazione socio-economica della zona: l'agricoltura beneficiò dell'introduzione di nuove varietà (come gli agrumi) e dell'ingegno degli ingegneri idraulici arabi, i quali, con un sistema di gebbie e canali, portarono l'acqua laddove era mai arrivata prima. A nord-ovest Campobello gli arabi costruirono un vasto caseggiato -ancora oggi esistente anche se rimaneggiato nei secoli- il cui nome, "Birribayda" (letteralmente "casa bianca") avrebbe, con l'avvicendamento normanno, dato il nome alla locale baronìa. Dell'antichità del casale Birribayda i campobellesi sono ben consapevoli, al punto che la tradizione popolare locale la vuole "la prima casa" di Campobello. Mazara - per gli arabi Makkarà (lo rocciosa) - divenne un fiorente centro portuale, commerciale, produttivo e culturale. Sotto il governo di Ibn Mankut, fu sede di un importante centro di studi islamici per l'insegnamento della letteratura, della poesia, del diritto e naturalmente della religione.

Il feu di torretta

Il "feu" di Torretta.

Perchè escludere che, durante la dominazione araba, Makkarà irradiò il territorio di Ras-el-Belat col faro del suo progresso. Perchè non ipotizzare che, in epoca araba, Ras-el-Belat abbia ospitato, magari in continuità con un precedente impianto, una tonnara retta da una consorteria di pescatori siculo-arabi? Del resto, non è forse lo storico arabo Idrisi a raccontare di una tonnara situata in una certa "costa dei gigli" assimilabile, per ragioni botaniche, al litorale sabbioso che da Punta Granitola prosegue fino a Marinella di Selinunte. Un' ipotesi fascinosa che arricchisce di storia un luogo che già ne custodisce tanta e ben più certa; ipotesi che però si scontra con una determinante geografica difficilmente confutabile: l'infausta esposizione della zona di Capo Granitola, un andito facilmente vulnerabile sia da terra (un'immensa pianura stepposa, "u feu", si estende alle sue spalle) che da mare (i lidi sabbiosi a est dell'attuale faro e le calette rocciose a ovest dello stesso si offrono comodamente all'approdo).