Storie di uomini e di tonni

   Il calendario della tonnara: i tempi ed i modi del lavoro

I tempi del lavoro in tonnara seguivano un calendario preciso, in cui le festività religiose rappresentavano importanti scadenze. Dopo il 2 novembre, "i Morti" (la festa di commemorazione dei defunti), si trasferivano in tonnara il "mastru marina" (maestro d'ascia), accompagnato dalla sua squadra di due "carpinteri" (carpentieri navali) e tre "calafatari" (calafati), ed una ventina di "marinara". Il "raisi" faceva un sopralluogo in "Camperia" per verificare le condizioni delle reti della passata stagione; quindi, avendo a mente lo schema della sua tonnara, impartiva precisi ordini sulle riparazioni da apportare e sulle dimensioni e caratteristiche delle nuove "pezze" (pezzi) di tre metri da cucire affinchè tutto fosse pronto in tempo per il futuro "calatu". In genere, ogni cinque stagioni, si provvedeva alla sostituzione di tutto il sartiame in fibra vegetale, che per effetto dell'acqua salata e dell'usura inevitabilmente si deteriorava. Se c'erano degli acquisti da fare, il "raisi" lasciava un appunto per l' "amministraturi" che poi lo faceva autorizzare dalla proprietà che predisponeva la necessaria somma per mezzo del ragioniere. L' "amministraturi" provvedeva anche agli ordinativi di sale, olio d'oliva, legname, banda stagnata... Il "mastru marina" ed i suoi uomini si occupavano, invece, della manutenzione del "varcarizzu" (barcareccio). Ad ogni "acqua" gli scafi della flotta della tonnara dovevano essere sottoposti a calafatura, cioè nuova stoppa veniva messa nelle fessure del fasciame, poi ricoperto di bitume liquido impermeabilizzante. Quando fu inaugurata nel 1944, la tonnara Amodeo dovette sicuramente utilizzare, previa generalizzata manutenzione, il vecchio "varcarizzu" della tonnara Adragna, rimasta sicuramente in disuso durante gli anni della guerra. Presto, però, nuove e più grandi imbarcazioni furono costruite in loco dal bravo "mastru" Michele Scirè, cugino di Vito e Giuseppe Barraco [32]. C'è chi ricorda l'arrivo in tonnara di enormi tronchi di rovere (il legno utilizzato per costruire la via ferrata), trasportati uno per autotreno. Li si teneva per settimane a bagno affinchè le fibre si ammorbidissero quel tanto che consentisse di serrarle a mano per ricavarne tavole da scaldare e piegare con appositi morsetti. I due capannoni "Trizzana" non erano, dunque, dei semplici hangar per il ricovero delle barche ma un vero e proprio cantiere navale. La costruzione del "varcarizzu" di Granitola procedette al ritmo di una barca all'anno, per cui si può ritenere che a metà anni Cinquanta Granitola avesse rinnovato per intero la sua flotta. Ogni due anni, insieme ai "calafatari", giungeva in tonnara anche un "mastru firraru" (fabbro) con due operai addetti alla manutenzione ordinaria delle ancore e delle boe di lamiera: entrambe, infatti, necessitavano di essere regolarmente trattate con un liquido adesivo che li proteggesse dalla ruggine. A Granitola le si impeciavano. La straordinaria manutenzione veniva fatta in corso di stagione: qualche marra risaldata al suo braccio, qualche pezza di lamiera per rattoppare una boa...
Nei giorni invernali vivere in tonnara non doveva essere facile: il forte vento di maestrale spazzava tra gli stabilimenti, entrava attraverso i rosoni e ogni apertura che fosse priva d'infissi, si infilava nei corridoi ululando; i flutti del mare, esplodendo contro gli scogli, nebulizzavano l'aere. Indossando abiti pesanti di lana, si lavorava in "Camperia" ed in "Trizzana". Tra le montagne di reti e cavi della "Camperia" non mancavano famigliole di pasciuti ratti che gli operai cercavano di catturare col vischio. Ve ne erano anche alcuni di colore bianco e dal muso lungo e affusolato: pare fossero topi africani sbarcati da una bettolina arenatasi a Granitola sul finire della guerra del '40. In inverno, la vita sociale era più raccolta: si cucinava al chiuso con cucinotti ad alcool ("spiritere") o a gas e si mangiava al chiuso affollando le "barracche" libere. Il calore, del fuoco ed umano, era proprio necessario. Ci si scaldava anche con bracieri, ricavati ancora una volta da "buatte" di tonno. Dopo il lavoro, si frequentavano le solite taverne e, se sa un lato, si era più invogliati che in estate a bere vino rosso per regolare il termostato su una più elevata temperatura corporea, dall'altro si era inibiti dall'ubriacarsi perchè con quel freddo non ci si poteva permettere di perdere la strada del ritorno e magari addormentarsi da qualche parte per terra all'aperto.

Le boe dopo la chiusura della tonnara

Le boe, dopo la definitiva chiusura della tonnara, ammassate nei locali in cui cominciava la lavorazione conserviera del tonno.

Dopo il 19 marzo, il giorno di San Giuseppe, una seconda modesta ondata di operai si univa alla prima imprimendo una significativa accelerazione alle operazioni di preparazione degli ordigni di rete, la cui fattura e dimensioni erano costantemente verificate dall'attento "raisi"; la ciurma era al completo verso la fine di maggio con l'arrivo di una terza grande ondata di manodopera che sarebbe stata impiegata in attività che non potevano essere anticipate perchè imprescindibilmente legate al ritorno dei tonni dalla migrazione genetica. Il 13 giugno, festa di Sant'Antonio, si iniziava il "calatu [33]", cioè la disposizione in mare dell'impianto di pesca. Ogni giorno le barche, i bordi bassi per il peso di ancore, sartiame e "rusazzi", erano portate sull' "isula" e a sera, cariche di soli uomini intenti a gettare acqua per ripulire i paglioli dalla ruggine e dalla polvere delle attrezzature, ricondotte a terra. "Si calava dapprima l' "isula" e si proseguiva con la "costa", dal "toccu avutu" fino al "pirali". In tutto erano necessarie due settimane scarse per calare l'intera tonnara, la quale entrava in pesca, con la cucitura del "corpu" il 28 giugno, festa di San Pietro e Paolo. In quella stessa data si chiudeva la stagione di pesca delle tonnare di andata, rispetto alle quali v'era, dunque, una sincronia perfetta. Invero, era sufficiente il "calatu" del "toccu avuto" perchè la tonnara, pur senza "corpu", "fussi anniscata", cioè cominciassero ad entrare i primi tonni nella sua "isula". Era il segnale che anche quell'anno si sarebbe pescato: potevano essere chiamate in tonnara le donne che avrebbero prestato la loro opera nella filiera conserviera. Si trattava dell'ultima ondata di arrivi. L' "acqua" di Granitola terminava il 13 di agosto, giorno dell'antivigilia della festa dell'Assunta. Allora si "purtava u corpu 'nterra e la tunnara unn'era chiù 'npisca", cioè si smontava il fondo mobile della "cammara ri la morti" e non era più possibile fare mattanze. Quindi ai "tunnaroti" venivano dati tre giorni di ferie, di cui i trapanesi facevano volentieri uso per tornare in città dalle rispettive famiglie e prendere parte ai festeggiamenti per la festa della Madonna di Trapani. Usavano il treno che faceva scalo nella stazione di San Nicola, qualche chilometro a nord di Torretta. Al loro ritorno, il 17 di agosto, iniziavano le operazioni di "salpatu", cioè di disarmo e trasporto a terra della tonnara di mare. A fine settembre il "salpatu" era ultimato e tutti gli operai licenziati. Quindi, solo ad ottobre la tonnara rimaneva completamente chiusa, sorvegliata da un custode.

Il dismesso scalo ferroviario di San Nicola
Il dismesso scalo ferroviario di San Nicola

Il dismesso scalo ferroviario di San Nicola.

Lo

Lo "zio" Nino Sammartano, per anni responsabile dello scalo di San Nicola

In sintesi, durante ogni stagione, tre principali fasi di lavoro si susseguivano:
- la fase preparatoria (3 novembre-12 giugno);
- la fase operativa (13 giugno-13agosto);
- la fase conclusiva (17 agosto-30 settembre).
Sulla fase preparatoria non resta alcunchè da aggiungere a quanto sopra raccontato. Meritevoli di approfondimento sono, invece, le due fasi successive. Il "calatu", la mattanza e il "salpatu" costituivano i momenti dei momenti di lavoro interamente svolti in mare, a bordo del "varcarizzu". Quest'ultimo si componeva di dodici natanti, le cui caratteristiche strutturali erano tali da renderli inadeguati ad una qualsivoglia funzione che fosse diversa da quelle connesse al "calar tonnara" [34], per la quale erano precipuamente concepite e costruite sulla base di un sapere empirico non codificato che i "mastri marina" gelosamente si tramandavano da secoli di generazione in generazione e che si arricchiva e maturava grazie alla collaborazione dei "raisi". In questo senso può dirsi che il "varcarizzu" costituisce un tratto etno-antropologico unico e distintivo della civiltà delle tonnare. I legni della flotta della tonnara di Granitola erano:
- un "rimorchiaturi" (rimorchiatore) dotato di un potente motore entrobordo;
- due "vasceddi" (vascelli) detti "capuraisi" e "primu", i quali misuravano rispettivamente 20 e 16 metri;
- due "parascarmi" (palischermi) o "varcazze" (barcacce) o "rimorchi" (rimorchi) di 14 metri di lunghezza;
- una "bastarda" e un "urdunaru" di 10 metri;
- due "muciare" di 7 metri;
- un "varvaricchiu" di 5 metri.
"Vasceddi" e "parascarmi" erano privi di un qualsivoglia tipo di armo che conferisse loro un'autonoma navigabilità, ragion per cui dovevano necessariamente essere trainate dal porto sino al sito della tonnara; il "rimorchiaturi" Bilancella San Pietro provvedeva a tale funzione con la potenza dei suoi 150 cavalli; lo conduceva un capitano affiancato da un motorista e un "marinaru".
Avendo iniziato ad operare in epoca relativamente recente, la tonnara Amodeo non ebbe modo di conoscere l'impiego di due rimorchiatori a remi, detti "rimorchi", azionati da sei, otto coppie di "'bbuatura" (vogatori). Eppure la memoria storica di queste barche era conservata in uno dei sinonimi coi quali venivano spesso designati i "parascarmi/varcazze": "rimorchi" appunto. "Vasceddi" e "parascarmi" avevano una struttura che sacrificava la dinamicità alla stabilità: poppa quadrata, poppa e prua verticali, ruote dritte, stellatura minima, fondo piatto, due controchiglie ai fianchi della chiglia principale. Questi espedienti tecnici, unitamente alla quasi assenza di pontatura (ridotta al carabottino di prua, detto "tamburetto", e ai bagli [35]), consentivano una capacità di carico fra le 40 e le 50 tonnellate. In effetti, oltre che al trasporto di tredici uomini (un "capu ri guardia", un "marinaru ri parti" e 11 "marinara semplici"), i "vasceddi", essendo dotati di un grande argano a mano, erano adibiti all'alaggio ed al "salpatu" delle pesanti ancore e al carico dei tonni mattanzati. I "parascarmi", d'altra parte, erano preposti al trasporto dei vari cavi ("summi", "musarzi", "lippie", "ormiggi"...), delle reti, delle boe, delle ancore e delle "rusazze".
"Bastarda" e "urdunaru" erano praticamente identiche, così che a Granitola c'erano "tunnaroti" che indistintamente le chiamavano "bastarde": si trattava di due imbarcazioni, munite di tre coppie di remi, e preposte ai lavori nelle omonime "cammare" dell' "isula". Su ognuna prendeva posto un equipaggio composto da un "capu ri guardia" (in questo caso detto "capu bastarderi"), un "marinaru ri parti" e sette "marinara semplici". Le due "muciare", entrambe provviste di tre coppie di remi, costituivano i ponti di comando sulla ciurma di mare: una, la "muciaredda", accoglieva il "suttaraisi" e l'altra, la "muciara", il "raisi", ciascuno affiancato da un "capu ri guardia" (in questo caso detto "capu muciara"), un marinaru ri parti e sei, sette "marinara semplici". Il "varvaricchiu" era una lancia a due remi, usata per piccoli spostamenti all'interno dell' "isula" e per accogliere il solo "raisi" all'interno del "corpu" durante la mattanza. I tratti strutturali delle "bastarde" e delle "muciare" erano analoghi a quelli di "vasceddi" e "parascarmi", benchè la capacità di carico fosse minore. In altre tonnare ed in epoca precedente, "bastarde" e "muciare" montavano una vela latina che assicurava di aggiungere autonomamente il sito della tonnara, con considerevole sgravio per i "'bbuatura"; a Granitola, queste barche erano prive di vela perchè la motorizzazione del "rimorchiaturi" risolveva alla radice il problema.
La fase di "calatu" comprendeva due sotto-fasi: il "calatu" dei summi", detto anche "cruciatu", e il "calatu" della "rizza" (rete). Nella prima sotto-fase venivano impiegati il "vasceddu capuraisi", i due "parascarmi", l'immancabile "muciara" del "raisi" ed ovviamente il "rimorchiaturi". Quest'ultimo trainava la flotta di "cruciatu" nel sito che il "raisi" aveva precedentemente scelto scandagliando il mare con un rudimentale attrezzo costituito da una corda culminante in un peso di piombo e graduata per mezzo di nodi. "Summi", "musazzi", "lippie", "urmiggi", ancore e reti venivano portati sulla banchina di imbarco per essere stivate nei ventri dei barconi. Il "raisi" controllava che ogni attrezzo fosse caricato in modo razionale per evitare perdite di tempo all'atto di metterlo in mare. Nel primo giorno di "calatu", la ciurma di mare costruiva la struttura portante dell' "isula": il "cruciatu ri l'isula". Scelto l'ideale centro geometrico dell' "isula", il "raisi" da lì dava ordine ai "parascarmi" di procedere, al traino del "rimorchiaturi", verso levante, fino al punto in cui, legati ad "ormiggi" da 120 canne (210 metri), sarebbero state calate le due "assi ri livanti", cioè le due ancore a quattro "mappe" e da mezza tonnellata che avrebbero tenuto in tensione il lato orientale dell' "isula". All'altra estremità degli "ormiggi" si legavano i due "summi" d'acciaio da 28 mm di diametro che avrebbero costituito gli altrettanti semi-lati settentrionale (o di sottovento) e meridionale (o di sopravento) dell' "isula". Delle boe, posizionate ad intervalli regolari, tenevano a galla i due pesanti cavi che venivano messi in tensione con l'argano del "capuraisi". I due semi-"summi" venivano fatti convergere verso il centro, in cui era ormeggiata la "muciara" del "raisi" che li univa con un "marragghiuni" (si veda riquadro 1). Quindi, il "raisi" dava ordine alle barche di dirigersi verso ovest per ripetere la stessa operazione (si veda riquadro 2). Calati anche le due "assi ri punenti" e stirate le altre due metà dei "summi", anch'essi agganciati con un "marragghiuni", il "raisi" compiva il primo gesto "fondativo" della tonnara di mare; congiungeva, cioè, a mezzo di un terzo "marragghiuni" i due anelli precedentemente applicati. In quel preciso istante, una croce di Sant'Andrea era disegnata sulla superficie del mare: era il "cruciateddu" (si veda riquadro 3).
Ecco che sull'angolo meridionale del "cruciateddu" veniva legato l' "urmiggiu" (ormeggio) di una quinta ancora a due "mappe" ("bastimintali o "lisciuni"), l' "urdunaru", da 900 chili, che avrebbe retto il "summu" meridionale dell' "isula" (si veda riquadro 4). A quel punto, i cavi avevano raggiunto la tensione adeguata affinchè il "raisi" potesse procedere al secondo importante passo verso la "fondazione" della sua tonnara: "u spartutu ri lu centru", cioè l'apertura del centro attraverso lo sganciamento del "marragghiuni" che teneva uniti i quattro semi-"summi". Nel dettaglio, i due semi-"summi" settentrionali (uno di levante e l'altro di ponente) venivano agganciati, costituendo l'intero "summu" di sottovento; analogamente, si univano i due semi-"summi" meridionali (cui era legato l' "urmiggiu" dell' "urdunaru") che davano forma all'intero "summu" di sopravento (si veda riquadro 5). Per reggere il "summu" di sottovento si calava l' "ancora suttu u spicu", a due "mappe" e da 800 chili, dalla parte interna dell' "isula" e dirimpetto all' "urdunaru" (si veda riquadro 6). Nel punto in cui quest'ancora era ormeggiata al "summu" sarebbe stata innestata la "costa" e si sarebbe aperta la "vucca faraticu". La struttura fin lì ottenuta veniva stabilizzata calando per ogni "assi" e per l' "urdunaru" sei "ancuri compagni" a quattro "mappe" e da 500 chili. Quindi, il "raisi", fondata l' "isula", impartiva l'ordine di "spartiri li cammari", cioè di dividerla in camere stendendo trasversalmente, da nord a sud, i "musazzi". Il primo "musazzu" ad essere calato era quello tra i punti di in cui gli ormeggi dell'ancora "sutta u spicu" e dell'ancora "urdunaru" si saldavano ai "summi" (si vedano riquadri 7 e 8); esso dava larghezza all' "isula". Per ogni "musazzu" erano calate due ancore a quattro "mappe" da 500 chili, ormeggiate nei punti in cui questo toccava i "summi". Nell' "isula", come anche nella "costa", gli ormeggi delle ancore erano direttamente "'ncudduriati" (legati) ai cavi con un nodo che veniva stretto e rafforzato attraverso i "muscedda", fasci di piccole corde; ogni ancora, inoltre, era segnalata in superficie da un'apposita boa, cui era legata per mezzo di una "lippia" (grippia).
In genere, tempo permettendo, il "cruciatu" dell' "isula" si concludeva in una giornata ed il lavoro procedeva tanto più speditamente quanto più il "raisi" era stato accorto nel disegnare su carta la sua tonnara e nell'impartire ordini sulle precise misure con le quali dovevano essere confezionati i cavi; cruciale era, inoltre, il modo in cui ogni elemento veniva stivato sui "rimorchi": la stratificazione delle attrezzature nei loro ampi paglioli doveva essere l'esatto rovescio dell'ordine col quale sarebbero state utilizzate. Completato il "calatu" delle strutture portanti dell' "isula", si procedeva al posizionamento, vicino alla boa dell'ancora "urdunaru", del "fanfalu", una zattera quadrata realizzata con fusti galleggianti, sulla quale venivano issati pali di ferro che avrebbero sostenuto due fanali luminosi, uno rosso ed uno verde, azionati ad intermittenza da due grosse batterie che venivano sostituite ogni sera. Le imbarcazioni in transito avrebbero riconosciuto il segnale e sarebbero passate al largo dalla tonnara per tutto il tempo che questa fosse rimasta in mare. Il giorno successivo iniziava a "cruciari" la "costa".

Schemi di calatu

Schemi di "calatu" (da 1 a 6): ricostruzioni rese possibili dalla preziosa testimonianza dell'ex capo-barca don Mimì Caleca, sistematicamente raccolte nella tesi di laurea in antropologia culturale della figlia Maria Pia, "La tonnara di Torretta-Granitola", a.a. 1996-1997 (relatore prof. Aurelio Rigoli).

Il "cruciatu" della "costa" durava una decina di giorni in tutto. Si cominciava dallo "spicu" calando il "summu"del "toccu avutu" e si procedeva, passando per i due "campili" (tra i quali era compreso il "toccu mediu"), fino al "pirali". L'argano del "capuraisi" consentiva di stirare ogni "scola" di "summu", delimitata da due "marragghiuna" e da due coppie di ancore contrapposte. "Cruci" (croce) era detto il punto in cui gli ormeggi di ogni coppia di ancore erano legati al "summu". Nel "toccu avutu" una "scola" misurava 16 canne (28 metri), lunghezza che saliva nel "toccu mediu" ad una ventina di canne (circa 35 metri); nel "toccu vasciu" aumentava ulteriormente fino a 32 canne (56 metri). La progressiva riduzione della lunghezza della "scola" man mano che dal "pirali" si procedeva verso lo "spicu" era un espediente tecnico correlato al graduale innalzamento del fondale e, conseguentemente, all'intensificazione della forza delle correnti sottomarine. Le ancore dei "tocchi avutu e mediu" erano a quattro "mappe" (di ci due facevano presa sul fondo) e pesavano da 450 a 500 chili; quelle del "toccu vasciu", invece, dovendo far presa su fondali più bassi e fronteggiare, quindi, correnti meno impetuose, recavano, due "mappe" (di cui una sola agganciava il fondale) e pesavano da 150 a 200 chili. Quale che fosse il "toccu", ogni dieci "scole", si calava un grappolo di tre ancore, che, come anche quelle dei "campili" e del "pirali", fungevano da contrafforti per la lunghissima muraglia.
Terminate le operazioni di "cruciatu", le fondamenta della tonnara erano gettate e si poteva, così, procedere alle rifiniture, cioè il "calatu" della "rizza" che impegnava la ciurma di mare per una settimana. Si cominciava dall' "isula" e precisamente dalla "testa ri livanti": un "vasceddu" si posizionava sul lato sottovento e l'altro sul lato sopravento e sincronicamente andavano spostandosi verso ponente, calando la "rizza". Quest'ultima era costituita da "pezze" superiormente ed inferiormente bordate con un cavo di manilla, detto "armatu", e tenute assieme attraverso cuciture, dette "custure", preventivamente effettuate a terra con filetto di cocco; in corrispondenza di ogni cucitura, in superficie, era legata una boa, mentre, in profondità, un grappolo di "rusazzi". Il peso di queste ultime ed galleggiamento delle boe conferivano la giusta tensione alle pareti di "rizza". Una perfetta divisione del lavoro fra i due equipaggi di venti "tunnaroti" a bordo dei "vasceddi" era necessaria per la corretta applicazione della "rizza": issato a bordo il "summu", c'era chi vi "impoternava" (attorcigliava) il cordame in modo che l'acciaio non lacerasse la rete per effetto delle correnti, chi calava a mare le "pezze", chi ne cuciva l' "armatu" superiore ai "summi impoternati", chi sistemava i galleggianti e chi legava all' "armatu" inferiore le "rusazze", chi tirava a forza di braccia il "summu" per far procedere innanzi la barca. Quando i due "vasceddi" giungevano in corrispondenza di un "musazzu" iniziava il "calatu" della "menza porta" o "porta" che fosse. Per applicare ciascuna delle quattro "menzi porti", era sufficiente una sola "muciara" equipaggiata con sei, sette "tunnaroti". Si cuciva dapprima la rete a ventaglio dell' "irune": un lato su mezzo "musazzu" e l'altro sulla parete; all' "irune" si applicava poi la "rizza"; Per applicare ciascuna "porta 'ntera", l'operazione era più complessa: si utilizzavano entrambe le "muciare" che in sincrono procedevano dai "summi" verso il centro del "musazzu", cucendo dapprima i due "iruna" e applicandovi, in seconda battuta, le due semi-porte, unite a metà "musazzu". Il "calatu" della "rizza" dell' "isula" si considerava completato con la "porta bastardedda": il "corpu", infatti, sarebbe stato cucito successivamente. La "rizza" della "costa" veniva calata da un solo "vasceddu" con venti uomini. Talvolta era sufficiente posizionare la rete del solo "toccu avutu" perchè l' "isula" intrappolasse i primi tonni. Già allora la tonnara si poteva considerare "anniscata" (innescata) e, a discrezione del "raisi", senza attendere che fosse ultimato il "calatu" della rete costiera, si poteva cucire il "corpu" (e la relativa "porta cannamu") per fare mattanza. Tuttavia, il cerimoniale tecnico imponeva che la rete di canapa a maglie strette fosse cucita all'estrema "cammara" occidentale dell' "isula" solo dopo che l'ultimo tratto di rete fosse stato applicato all'uncino del "pirali". Una croce di legno alta almeno tre metri e ricoperta di santini, sormontata da un ciuffetto di palma [36], veniva issata in corrispondenza dello "spicu": essa avrebbe benedetto permanentemente la tonnara; il fatto che sotto l'effetto delle correnti s'inabissasse, totalmente o solo in parte, ne faceva, poi, uno strumento utile al "raisi" per valutare la tenuta della tonnara e fare ipotesi sulle dinamiche dei branchi di tonni. Trascendenza e senso pratico si condensavano, dunque, in questo oggetto.
La mattanza era il rito in cui culminava il lavoro della tonnara, il punto di fuga di ogni sforzo. La decisione di fare mattanza competeva al "raisi" e difficilmente veniva presa estemporaneamente: il tonno nuota col favore delle correnti (tecnicamente si dice che è un animale retropico negativo): per questo i "raisi" delle tonnare di ritorno temevano il maestrale che, soffiando da nord-ovest, fa allontanare i branchi dalla costa geografica, e le correnti di ponente che li respingono dalla "costa" di reti; specularmente, attendevano lo scirocco che, spirando da sud-est, li sospingeva verso la costa geografica, e le correnti di levante che li invogliano a guadagnare la "costa" di reti.
Costanti sopralluoghi (talvolta due al giorno) erano fatti dal "raisi" sulla sua "isula" per verificare se e quanti tonni avessero varcato la "vucca foraticu". Il loro numero era cruciale: occorreva che si raggiungesse una massa critica tale da rendere conveniente la straordinaria mobilitazione di mezzi e uomini che la mattanza implicava. Necessaria era, dunque, la conta dei tonni intrappolati: finchè non furono introdotti i sommozzatori, di tale operazione si occupava il "raisi". Con la sua "muciara", varcava il recinto dell' "isula" e attirava i tonni entrati al centro della "cammara ri livanti" servendosi di un rudimentale, ma efficace, attrezzo chiamato "calaturi [37]": una corda, cui era legata una pezza bianca, era mandata a fondo per mezzo di un piombo; quindi veniva lentamente tirata in superficie col risultato che i tonni, attratti dal bianco, da loro creduto una preda (forse un calamaro), risalivano dalle profondità portandosi a ad una quota alla quale potessero essere scorti con lo "specchiu". Se il numero di tonni era reputato tale da legittimare una mattanza, il "raisi", tornato a terra, dava disposizioni alla ciurma affinchè fosse pronta a salpare per la mattina del giorno successivo. Sempre in base alle condizioni di vento e corrente, il "raisi" era in grado di prevedere se i tonni sarebbero "muntati" (passati) a ponente, nella "cammara" che porta il loro nome ("cammara ri tunni").

Varcarizzu al traino

"Varcarizzu" al traino.

Se, poi, la corrente era così forte da fare affondare l'intera tonnara col rischio che i tonni intrappolati nell'estremo vaso orientale, fuggissero via, il "raisi" impartiva l'ordine di legare il "cappeddu", una rete orizzontale a maglie larghe posizionata in superficie, fra "summi" e "musazzi" della "cammara ri livanti". Per stenderla venivano impiegate "muciaredda", "bastarda" e "varvaricchiu". La "bastarda" con la rete si posizionava sul "musazzu" ovest della "cammara" e i marinai la legavano allo stesso con delle corde, dette "venti"; delle cime venivano legate ai lembi del "cappeddu": il "varvaricchiu" era incaricato di recarle alla "muciaredda" che era posizionata sulla testa di levante: il suo equipaggio le tirava e il "cappeddu" si svolgeva sull'intera "cammara", coprendola; quindi veniva legato anche ai "summi". Il "cappeddu" era tenuto a galla da sugheri, poi sostituiti dalle boe in lamierino.
Per fare mattanza, l'intera flotta usciva al traino della Bilancella San Pietro alle primissime ore dell'alba, in modo da essere sul sito dell' "isula", dopo poco meno di un'ora di navigazione, quando il sole non si era levato troppo in alto nel cielo e lo sguardo potesse spingersi più in fondo possibile per seguire i capricciosi e vorticosi movimenti dei tonni tra una "cammara" e l'altra [38]. Mentre le altre barche attendevano fuori dall' "isula", "suttaraisi" e "raisi", a bordo delle rispettive "muciare", controllavano, rispettivamente, la "cammare" orientali e quelle occidentali, per capire se e quanti tonni fossero "muntati" a "punenti" e quanti ne fossero rimasti a "livanti". Se un adeguato numero di pesci fosse entrato nella "cammara ri tunni", dopo aver attraversato "ranni", "foraticu", "urdunaru" e "bastardu", il "raisi", trasferitosi sul "varvaricchiu", avrebbe fatto alle barche il segnale per entrare in tonnara. Esse si disponevano nel seguente modo:
- le due "bastarde", poppa contro poppa, lungo il "musazzu" della "porta cannamu",
- un "rimorchio" sul lato sopravento dell' "isula",
- l'altro "rimorchio" sul lato sopravento dell' "isula",
- il "vasceddu primu" sulla "testa ri punenti" dell' "isula",
- la "muciaredda" sul "musazzu" della "porta bastardedda".

Resti del vasceddu capuraisi

Resti del "vasceddu capuraisi". Si noti lo "stiratu" adiacente al bordo destro del barcone e gli anelli ai quali veniva "ammusciddatu" il "corpu.

Resti del vasceddu capuraisi

Fasi dell' "incastiddatura" - Legenda: 1 "vasceddu primu", 2 "rimorchi", 3 "porta cannamu", 4 "bastardi", 5 "porta bastardedda", 6 "muciaredda", 7 "vasceddu capuraisi".

I tunnaroti iniziano ad assummari

I tonnaroti iniziano ad "assummari".

Gli equipaggi di sopravento e di sottovento tiravano a bordo i rispettivi "summi"; analoga operazione faceva l'equipaggio di ponente col rispettivo "musazzu". Era la prima fase dell' "incastiddatura", cioè la disposizione a "quadratu" (quadrato) delle barche attorno al "corpu". Quindi il "raisi" ordinava di "muddare" (aprire) le "porte" "bastardedda" e "cannamu". Iniziava un'attesa di durata indefinita, durante la quale qualcuno si concedeva anche il lusso di addormentarsi, cullato dalle onde, su banchi di una ventina di centimetri. Quando il branco catturato avrebbe spezzato il giro nella "cammara" e i tonni sarebbero "muntati" nella "bastardedda", il "suttaraisi" avrebbe allertato i suoi "muciaroti" affinchè "livassiru "(chiudessero) l'omonima "porta" impedendo ai tonni di tornare indietro. Quando i tonni sarebbero "muntati" nel "corpu", il "raisi" avrebbe, a sua volta, gridato "leva, leva, levaaa!" agli equipaggi delle "bastarde"; la "porta cannamu" si sarebbe chiusa intrappolando i pesci definitivamente.
Il "raisi" ordinava allora di procedere alla seconda fase dell' "incastiddatura": il "vasceddu capuraisi" subentrava alle due "bastarde" che si spostavano dalla "porta cannamu" ai laterali dell' "isula", poppa contro poppa, coi "rimorchi".
Il "raisi" chiedeva quindi alla sua ciurma di "assummari" (issare) il "corpu" dai quattro lati del "quadratu", affinchè il fondo salisse in superficie, restringendo progressivamente lo spazio a disposizione dei tonni catturati. Per "assummari", i "tunnaroti" si disponevano in piedi sui bordi delle barche; intonando una "cialoma [39]" (canto), coordinavano gli sforzi, in modo che i quattro lati salissero sincronicamente e la morsa del "quadratu" si chiudesse sul prezioso tributo del mare all'ingegno ed impegno dell'uomo. Il "raisi" con ampi gesti dirigeva la manovra. Man mano che il "corpu" saliva a galla, lo spazio vitale dei tonni si riduceva, al punto che questi cominciavano a nuotare convulsamente sul pelo dell'acqua; urtavano con violenza contro le barche, sbattevano le code sollevando pungenti spruzzi d'acqua, facevano increspare il mare nel disperato e vano tentativo di riconquistare la libertà, sicchè pareva che dentro il "quadratu" si fosse scatenata una tempesta.

I tunnaroti iniziano ad assummari

Dettaglio dei tonnaroti che "assummanu".

Quando il "corpu" affiorava in superficie, veniva comandato di "ammusciddari", cioè di legare alle barche le sue estremità. Dal lato della "porta cannamu" l'estremità del "corpu" prendeva il nome di "utimu" (ultimo). Il bordo inferiore della "porta cannamu" era cucito, a ponente, all' "utimu", e, a levante, alla "suttana", una rete a maglie strette che, congiungendo il "corpu" alla "bastardedda, assolveva ad una funzione importantissima: impedire ai tonni che fossero rimasti nei vasi di levante durante la mattanza di passare sotto il fondo del "corpu", oramai affiorante in superficie, e sfuggire così alla trappola della tonnara.
La mattanza poteva iniziare. Quattro "rimiggi" (squadre di sei "tunnaroti") si disponevano, armati di "corchi" (arpioni), in altrettanti alloggiamenti ricavati nello "stiratu", il corridoio laterale del "capuraisi". In ogni "rimiggiu" i due "marinara" centrali erano armati di arpioni montati su aste cortissime, "corchi ammazza menzu", coi quali avrebbero dovuto colpire il tonno vicino alla "liddra" (gola); lateralmente al nucleo di "marinara ammazza menzu" si disponevano due "mascaioli", cioè "tunnaroti" che con arpioni applicati su aste più lunghe, "masche", avrebbero colpito il tonno in corrispondenza della "surra" (pancia); infine, lateralmente ai "mascaioli", prendevano posto due "spittaioli", cioè marinai che, con un arpione posto all'estremità di un'asta lunghissima, avrebbero colpito il tonno nella parte caudale ("cura"). Il coordinato sforzo delle tre coppie del "rimiggiu" era necessario per issare bordo un tonno di due, trecento chili; esso, "con grandi occhi sbarrati privi di intelligenza" avrebbe riversato "la vita pulsante contro il fasciame della barca" colpito dai "rapidi colpi vibranti della coda veloce [40]".
La mattanza è un rito cruento, consumato coralmente tra incitazioni e grida, spruzzi d'acqua e fiotti di sangue.
Vale riportare il passo di straordinaria forza espressiva, in cui Eschilo, narrando la storica battaglia di Salamina (480 a.C.), paragona ad una cruenta battuta di pesca al tonno la strage di Persiani fatta dai Greci: "Il mare scompare sotto un ammasso di corpi sanguinanti, i Greci colpiscono i Persiani come i tonni nella rete, gli spezzano le schiene con tronconi di remi e pezzi di relitti" (Persiani, 952).
Al termine della mattanza, il "corpu" era rigettato in mare; i "tunnaroti", in piedi sui bordi delle barche, erano invitati dal "raisi"-sacerdote a ringraziare "Jesu" (Gesù) per la pesca.

Fine della mattanza

Fine della mattanza: "raisi" Vito Barraco a bordo del "varvaricchiu" all'interno del "quadratu".

I paglioli ricolmi di "tunnina", il corteo di barche rivolgeva la prua verso tonnara di terra mentre la Bilancella San Pietro dava fondo a tutti i suoi centocinquanta cavalli per trainare l'accresciuto carico. I volti, scavati dal sole, ed intrisi di sale e sangue, i "tunnaroti" sedevano sui banchi, i più fortunati si stendevano sul "tamburetto" dei "vasceddi"; tutti, carezzati dalla brezza, guadagnavano la riva -il meritato riposo- con lo sguardo.
Finchè non fu introdotta la radio, tutte le manovre effettuate dal "varcarizzu" per compiere l' "incastiddatura" erano seguite da terra dai padroni. Essi, dall'alto della torretta imbasata sulla "casina russa" del "raisi" -moderno thynnaskopeion [41] - scrutavano a levante attraverso la lente del cannocchiale. Quando le barche si disponevano a "quadratu", un liberatorio "incastiddaru" usciva dalle loro soddisfatte labbra: era buon segno, era segno che ci sarebbe stata mattanza. Al termine di quest'ultima, poi, il "raisi" avrebbe dato ordine di issare su un'asta un drappo bianco, "bannera", ogni cinquanta tonni catturati: così i padroni avrebbero saputo quantificare la loro soddisfazione e l' "amministraturi" avrebbe avuto contezza di quanti, fra la ciurma di terra, mobilitare per lo sbarco e l'avvio delle operazioni di lavorazione conserviera del tonno. Nel 1952-53, l'introduzione della radio rivoluzionò questo primitivo ma efficace modo di tenere in contatto mare e terra, "raisi" e padroni. La stazione radio della tonnara di Capo Granitola consisteva in un baracchino alloggiato nel cabinato della "Bilancella San Pietro"; a terra, il segnale era ricevuto da un omologo apparecchio collocato a bordo del San Marco, un piccolo "rimorchiaturi" tirato in secco di fronte ai capannoni "Trizzana".
I "vasceddi" carichi di "tunnina" erano rimorchiati fin dentro il golfetto della tonnara di terra per essere sbarcati. Il resto del "varcarizzu" proseguiva a remi verso il non lontano approdo antistante piazza Duca degli Abbruzzi, dove i "vasceddi", una volta svuotati, li avrebbero raggiunti. La costruzione del molo, nel 1969, avrebbe consentito alle barche di approdare direttamente nel golfetto della tonnara.
Dato il forte dislivello tra la linea del mare ed il costone roccioso su cui sorgevano i luoghi della lavorazione conserviera, un complesso sistema assicurava i tonni alla terraferma; esso funzionava alla stregua di una teleferica e consisteva di quattro elementi:
- un verricello sistemato in capo ad un traliccio di ferro a tre piedi fissato al costone in prossimità dello strapiombo;
- una carrucola posta in cima ad un analogo traliccio imbasato su d'una piattaforma quadrata di cemento armato affiorante al centro del golfetto della tonnara;
- un cavo d'acciaio sospeso tra il verricello e la carrucola;
- un piano inclinato, detto "scivulu" (scivolo), tra i due livelli da porre in connessione.

Il portico esterno

Il portico: esterno da sud-est: si notino i resti del traliccio di ferro a tre piedi (poggiato sul terzo arco a destra) ed il quarto arco murato (a destra in adiacenza al "palazzotto" Amodeo).

Dello sbarco dei tonni si occupavano per lo più gli uomini della ciurma di terra. Direttamente a bordo dei "vasceddi" ogni pesce, oramai esanime, veniva agganciato per l'occhio; il verricello -inizialmente azionato a mano ma ben presto elettrificato- iniziava ad avvolgere il cavo d'acciaio che lo avrebbe trainato fin sul costone; nell'ultima parte del suo "volo", il tonno era incanalato nello "scivulu" e raggiungeva l'apertura del parapetto in cui sarebbe stato sganciato e caricato su un carrello iniziando il suo tragitto verso la "buatta".

Il portico da est

"Tunnina" che inizia il tragitto verso la "buatta".

Il portico da est

Il portico, interno da est: si notino la basculla (in primo piano a sinistra), il binario sospeso (proprio davanti ai tre archi), e le sagome in ombra dei pilastri del "vosco" (in fondo, oltre l'arco centrale).

Alle spalle del verricello si aprivano i quattro archi del portico sotto il quale avvenivano le primissime fasi di lavorazione: anzitutto, la pesatura dell'esemplare sulla basculla [42], in secondo luogo, su banconi di legno, una squadra di quattro operai provvedeva allo sventramento, l'eviscerazione e la decapitazione. Un operaio più esperto recuperava le parti interne -"ova" (ovaie), "lattume" (sacca spermatica), "cori" (cuore)...- da essiccare nei due adiacenti magazzini "di salato".

Il magazzino di salato

Il magazzino di salato di ponente.

Quindi la carcassa veniva lavata con un getto a pressione d'acqua salmastra proveniente dall'enorme cisterna cilindrica sopraelevata posta poco più a ovest. Un sistema di canalette, frequentatissime da mosche e zanzare, consentiva all'acqua ed al sangue di defluire verso il mare.

Atrio

Atrio: a sinistra i tre archi del "Vosco"; quindi il binario sospeso che congiunge la parte centrale del "Vosco" con la cella frigorifera.

Dal porticato i tonni passavano, lungo un binario sospeso, verso il luogo più caratteristico dell'impianto di terra: il "vosco" (bosco). Questo locale traeva il suo metaforico nome dalla particolare struttura interna: una pluralità di pilastri tra i quali erano sospese delle travi di legno; a queste ultime erano agganciate per la coda le carcasse sventrate e acefale, affinchè potessero, per effetto della forza di gravità, dissanguarsi prima delle ulteriori fasi di lavorazione. Il dissanguamento durava un'intera notte; già al mattino, i corpi esangui erano deposti dall'impiccatoio posti sulle "chianche" (pianali di legno) e tagliati a tranci con precisi colpi di mannaia assestati da erculei operai. I pezzi di tonno erano immediatamente sottoposti a disidratazione in salamoia. La salagione a umido era propedeutica alla conservazione sott'olio, in quanto conduceva ad una quasi completa disidratazione delle carni; infatti, immersi nella salamoia, per osmosi, i tessuti del pesce tendevano a liberare acqua verso l'ambiente a maggiore concentrazione salina. Il trattamento avveniva in tre grandi vasche collocate nell'angolo nord-orientale del cortile interno, cui si accedeva attraversando il "vosco". La quantità di sale da sciogliere nelle vasche andava attentamente dosata per ottenere il risultato prefisso.

Vasche per la salamoia

Vasche per la salamoia.

Raccolti dalle vasche con dei retini ("coppi"), i tranci erano portati nel locale adiacente all'ufficio del ragioniere in cui venivano riposti in cestelli di cannuccia, a loro volta adagiati sopra dei bancali, affinchè, complice un'adeguata ventilazione, potessero asciugare. All'interno di cassette di legno caricate su carrelli sospinti lungo un binario di ferro, i tranci asciutti erano trasportati alla batteria di dodici forni, con annesso camino, alimentati a carbone; lì venivano cotti a vapore; riposti nuovamente nelle cassette, tornavano sui carrelli del binario e proseguivano verso i capannoni "Sciappante": previo condizionamento e rassodamento, i filettoni di carne erano sottoposti a pulitura; si eliminavano la pelle, le spine e la buzzonaglia, recuperata per essere conservata a parte.

Capannoni Sciappante

Capannoni "Sciappante".

Si selezionavano i tranci di migliore aspetto e consistenza, da stivare alla base e nella parte sommitale delle "buatte", così che all'apertura si potesse immediatamente apprezzare la qualità del tonno Amodeo. Quindi si versava il liquido di governo: olio extravergine d'oliva e le "buatte" da cinque e dieci chili erano gaffate con un apparecchio meccanico azionato elettricamente. Le "buatte" ermeticamente chiuse andavano sul binario e tornavano nel cortile antistante il "vosco": a ovest delle vasche per la salamoia era una batteria di due forni, con annesso camino, alimentati a carbone; due enormi caldaie erano portate ad ebollizione e le "buatte" vi venivano immesse affinchè lo sviluppo microbico fosse impedito (appertizzazione). A sterilizzazione avvenuta, le "buatte" venivano stoccate in una parte dello "Sciappante", dove, al termine di un periodo di maturazione, sarebbero state pronte per essere trasportate ai grossisti. Fatta eccezione per le operazioni più onerose e pericolose, come ad esempio lo sventramento e la cottura, lungo la linea di produzione il lavoro era di competenza di squadre di donne, al cui comando era posta una "capurali".
La stagione di pesca terminava col "salpatu", che iniziava con la disapplicazione, da parte dell'equipaggio del "vasceddu capuraisi", del "corpu" e della "porta cannamu"; due ore di lavoro in tutto per rendere la tonnara praticamente inoffensiva. Dopo la brevissima pausa a cavallo di Ferragosto, la ciurma di mare salpava le reti dell' "isula": un giorno per le "cammare" di ponente ed un giorno per quelle di levante. Poi toccava alle reti della "costa": si procedeva in senso inverso rispetto al "calutu", cioè dal "pirali" al "toccu avutu". La rete veniva scucita dai cavi d'acciaio e tagliata a tratti in modo da poterla più facilmente trasportare a terra; i "rusazzi" venivano sganciati e lasciati scivolare verso il fondo del mare. Smontate le reti, la tonnara si riduceva al "cruciatu", cioè "summi" e "musazzi" ormeggiati al fondale mediante le ancore. Per potere ritirare anche i cavi del "cruciatu" bisognava prima salpare le ancore. Se ne occupavano gli equipaggi dei "vasceddi" azionando a mano un sistema di leve comprendente un grande argano di legno posto nella parte anteriore della barca ed una lungo e robusto braccio mobile di legno applicato a poppa e culminante in una carrucola, detta "cani". Otto marinai spingevano le quattro travi dell'argano alla cui base si avvolgeva l'ormeggio; questo, fuoriscendo dal mare, scivolava, guidato da una cima di prolungamento, lungo il "cani" finchè l'ancora non fosse risalita in superficie.

Braccio di legno

Braccio di legno utilizzato per il "salpatu" delle ancore.

Argano

Argano utilizzato per il "salpatu" delle ancore.

In quel momento essa veniva "abbuzzata" (legata) al braccio mobile, il quale era sollevato e quindi ribaltato in modo da rovesciare l'ancora nella parte interna del "vasceddu". Slegata, l'ancora veniva trascinata verso il centro della barca e il braccio tornava nella posizione iniziale per poter essere nuovamente utilizzato in combinazione con l'argano. Liberati dalle ancore, i tratti di "summu" potevano essere smontati insieme alle rispettive boe. Per completare il "salpatu" erano necessari circa venticinque giorni di lavoro. A terra, le ancore venivano disposte a schiere nello spiazzo a sud-est della "Trizzana"; cordame e reti, dopo essere stati ripuliti da alghe e concrezioni, erano lasciati per qualche giorno all'aria aperta e, una volta asciugati, venivano trasportati, nella "Camperia"; le boe, invero assai ingombranti, trovavano riparo nella parte più interna del porticato.

Decandenza della flotta della tonnara
Decadenza della flotta della tonnara
Decadenza della flotta della tonnara
Decadenza della flotta della tonnara
Decadenza della flotta della tonnara

Struggenti immagini di decadenza della gloriosa flotta della tonnara di Capo Granitola.