Terra di approdi

   Lo sbarco cartaginese

E poi, quel territorio, già prima dello stesso sbarco arabo dell'827, aveva avuto esperienza di eventi bellici capaci di sconvolgerne ogni attività, ogni tipo di organizzazione socio-urbana. Per rendersene conto basta spostarsi a circa nove chilometri da Granitola, percorrendo la strada provinciale per Campobello, e raggiungere contrada Latomie (termine greco che significa "cave"), nell'ex feudo del barone Cusa, una zona chiamata dagli arabi "Ramuxara". Lì, c'è la scena pietrificata di un cantiere di 2500 anni fa, un cantiere in cui, dalla metà del VI secolo a.C. alla fine del V, si estraevano i cilindrici "rocchi" calcarenitici per la costruzione dei colossali templi G, C ed F della colonia greco-siceliota di Selinunte.
Ve ne sono alcuni pronti per essere estratti, circondati da un profondo canale di frantumazione; altri michelangiolescamente ancora dentro la madre-roccia: appena un circolo, scavato sulla linea tracciata da un rudimentale compasso di corda, te li indica. Infine, ve ne sono alcuni - come il "rullo della vecchia" alle spalle del baglio vinicolo Hopps - appena estratti e posizionati all'inizio di quella "via delle pietre", un tragitto ondulato, di circa 10 km, passante anche in vicinanza di una palude (le "Acque lorde"), che il viaggiatore Jean Houel ancora alla fine del Settecento poteva percorrere e disegnare. Cos'è accaduto qui? Perchè improvvisamente un giorno del 409 a.C. questo cantiere fu abbandonato dalle centinaia di uomini, tra tagliatori di pietra, schiavi addetti al trasporto e guardie, che vi lavoravano? Ecco che il territorio di Capo Granitola incrocia la storia antica delle rivalità commerciali esistenti tra le città-stato della Sicilia antica.

Le rovine di selinunte

La palude delle "Acque lorde".

Fondata tra il 628 (Tucidide) ed il 650 (Diodoro Siculo) a.C. dai coloni provenienti da Megara Iblea (nei pressi di Siracusa) e dalla madrepatria greca di Megara Nisea, Selinunte avvertì, già all'inizio del IV secolo a.C., l'insufficienza del territorio compreso entro il quadrilatero irregolare delle odierne Mazara-Sciacca-Salemi-Poggioreale: ardì, pertanto, aprirsi la strada verso settentrione, in direzione della vicina Segesta, città elimo-punica antichissima, fondata - secondo Virgilio - dagli esuli di Troia (XII secolo a.C.). Segesta era fin lì stata un importante partner commerciale per Selinunte ed addirittura un'alleata nella guerra divampata nel V secolo a.C. tra greci-sicelioti e cartaginesi. Adesso Segesta diventava una città nemica: l'obiettivo selinuntino doveva probabilmente essere quello di ampliare la rete dei commerci, fondando un emporio sul Tirreno (nell'attuale Golfo di Castellammare). Le implicazioni geopolitiche di un tale progetto erano evidenti: prendere Segesta significava separare Mozia ed Erice da Panormo e Solunto ed infrangere, in tale maniera, la continuità territoriale del dominio cartaginese in Sicilia. Ai conati espansionistici della tirannica Selinunte, Segesta rispose con una politica estera di alleanze: dapprima, nel 416 a.C., con l'Atene e, qualche anno dopo, con Cartagine. Guidata da Annibale, la poderosa armata cartaginese sbarcò a Lilibeo nel 409 a.C. e da lì, congiungendosi con le milizie segestane, mosse verso Selinunte. Con una tempestiva manovra prese la fortezza selinuntina posta a presidio dell'emporio alla foce del fiume Mazaro; poi proseguì verso est. Ed è in quel preciso momento che le Latomie furono abbandonate in tutta fretta dalle centinaia di persone che vi lavoravano: un violentissimo scontro campale si profilava all'orizzonte, su un pianoro che a tal punto fu intriso di sangue che i romani lo avrebbero chiamato "campus belli" (campo di guerra), da cui Campobello. Quella dello scontro non doveva essere una zona del tutto spopolata: in contrada Celso (l'Helcetium romana?) aveva presumibilmente luogo il borgo rurale in cui dimoravano i latomòi, i cavatori delle Latomie.
Vinta la battaglia delle Latomie (o, se si preferisce, di Campobello), Annibale marciò su Selinunte e, dopo nove giorni d'assedio, la città capitolò. Tra saccheggi e devastazioni fu un massacro in cui persero la vita 16.000 persone.

Rocco cilindrico e relativo canale di frantumazione

"Rocco" cilindrico e relativo canale di frantumazione.

Sulla via delle pietre

Sulla "via delle pietre".

Le rovine di selinunte

Le rovine di Selinunte.

Le rovine di selinunte

Le rovine di uno dei templi di Selinunte.

Selinunte passò allora sotto il dominio cartaginese ma non fu più restituita al suo pristino splendore: i nuovi padroni si limitarono a fortificare l'acropoli abbandonando il resto della città all'oblio. Poi, quando la nuova linea di faglia geopolitica del Mediterraneo si aprì tra Cartagine e Roma, Selinunte fu deliberatamente distrutta dagli stessi cartaginesi (250 a.C.), i quali ne deportarono la popolazione a Lilibeo, convinti che la difesa della Sicilia dall'assalto romano sarebbe stata possibile concentrando le forze in un unico punto. La storia successiva di Selinunte fu una storia di desolazione: i romani la abbandonarono alla rovina; un timido ripopolamento, sempre nella zona dell'acropoli, si ebbe coi bizantini ma poi, quando gli arabi sbarcarono a Granitola e bollirono quei pochi bizantini, al sito non restò che il desolante toponimo -tramandatoci da Idrisi- di "Rahl-al-Asnam", cioè "Casale degli idoli" (o "dei pilastri") . Nel XVI secolo, Selinunte fu integrata nel sistema di torri costiere siciliane: vi fu costruita la torre antisaracena di Polluce (corrispondente con la Torre di Tre Fontane), sotto la quale operò l'omonima tonnarella.

Pirrera presso capo granitola

"Pirrera" presso Capo Granitola.

Nei secoli successivi alla distruzione di Selinunte, si continuò ad estrarre pietre nella zona: le mutate esigenze costruttivo-architettoniche non rendevano più necessario l'utilizzo dei possenti blocchi di roccia calcarenetica delle Latomie e aprivano la strada all'impiego di mattoncini di tufo arenario, più friabile ma anche di più facile lavorazione. Come già accennato, la presenza di almeno due piccole cave ("pirreredde") è evidente proprio sulla costa di Torretta: una sotto la tonnara Amodeo e l'altra, ben più antica, sotto la Torre Saurello. Ma le "Pirrere" per antonomasia si trovano nell'entroterra, procedendo verso Nord, verso il vecchio scalo ferroviario di San Nicola. Lì per decenni, grossomodo dal boom edilizio degli anni Sessanta del secolo scorso, si è cavato il tufo con tecniche industriali: circondati da collinette di detriti, vasti canyon profondi decine di metri, larghi e lunghi centinaia, interrompono la monotonia del paesaggio stepposo del "feu", dominato dalla palma nana e dalle vipere. In una di quella "Pirrere", fino a qualche tempo fa, in estate, i ragazzi di Torretta, si incontravano al tramonto per giocare a calcio animando una scena che avrebbe potuto dirsi tratta da un film di Gabriele Salvatores, "Marrakech express" o "Mediterraneo".