Infidi Fondali

"...digerito dal grande intestino acquatico e mai restituito"
(A. Baricco, Oceano mare)

"... sulle coste deserte e pericolose il popolo accendeva fuochi che attiravano come falene le navi fiduciose... verso gli scogli. Con la bassa marea questi pirati della costa riuscivano a procurarsi le proprie personali miniere arenate e rapidamente depredate"
(da C. Paolini, I guardiani dei fari, 2007, p. 15)

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Marosi presso il "Puzziteddu".

Tra rocchi calcarenitici e tufi arenari, di roccia, da queste parti, se ne è estratta davvero tanta. E ne deve essere transitata una discreta quantità anche di fronte a Capo Granitola, stipata sui vascelli - naves lapidariae - facenti spola tra i porti dell'Asia Minore (come Afrodisia) e le fastose città che la Roma imperiale andava edificando nel Mediterraneo occidentale.

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Affioramenti rocciosi presso il "Puzziteddu".

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Le infide secche del litorale del "Puzziteddu".

Il carico di una navis lapidaria giace a bassa profondità, a circa duecento metri di distanza dalla battigia, grossomodo di fronte alla stradina sterrata che delimita a est il villaggio turistico di Kartibubbo. Il sito è oggi noto a pescatori e diportisti come "le colonne". Conoscendo la zona, non è difficile ricostruire le ipotetiche circostanze di quel naufragio.

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Sito di arenamento della navis lapidaria (foto acquisita da Google Earth).

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Riferimenti da terra per l'esatta localizzazione del sito di arenamento della navis lapidaria.

Dovremmo essere tra il 180 ed il 300 d.C. [1], tra giugno e settembre, perchè - parafrasando l'Esiodo de "Le opere e i giorni" - solo tra il solstizio d'estate e l'equinozio d'autunno, in età antica, il Mediterraneo si offriva sicuro alle chiglie. Una nave romana lunga poco più di trenta metri, larga otto (alla linea di galleggiamento), dal peso complessivo di almeno tre tonnellate e mezzo, ha appena doppiato Capo Granitola, un gomito roccioso che fa da confine tra due tratti di costa: la spiaggia del faro, a ovest, e il chilometrico arenile di Tre Fontane, a est. Eccola proprio al centro del Puzziteddu [2], una zona di mare insidiosa, in cui le correnti provenienti dalle due opposte direzioni si scontrano originando vortici capaci di inghiottire i bagnanti e mettere in difficoltà le imbarcazioni (oggi è uno spot per surfisti di richiamo internazionale).

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Il pozzo (a sinistra del rudere) dal quale potrebbe essere derivato il toponimo "Puzziteddu".

La nave trasporta almeno centocinquanta tonnellate di marmo proconnesio venato d'azzurro (il più antico conosciuto, formatosi nel Paleocene inferiore), estratto nella cava di Saraylar, nella lontana Isola del Mar di Marmara, tra gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli [3].

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Il reperto- chiave per la datazione della navis lapidaria (foto Archeogate).

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Rilievo del carico della navis lapidaria e ipotesi su forma dello scafo e posizione di arenamento (adattamento da immagine Archeogate).

Il carico è composto da cinquantanove blocchi disposti su otto file, per un volume totale di cinquantacinque metri cubi: tra i monoliti appena intagliati di forma parallelepipeda o trapezioidale vi sono anche tre podii destinati a sorreggere statue onorarie, forse evergeti; probabilmente vi sono anche dei capitelli, quelli tempo addietro recuperati dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Mazara ed ora esposti nell'acropoli di Selinunte forse in ragione di una semplicistica sovrapposizione dell'ipotesi sulla destinazione al dato della vicinanza geografica con l'antica colonia magno-greca.

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Panoramica sui blocchi della navis lapidaria (foto Archeogate).

L'equipaggio è composto da una decina di uomini. Li possiamo immaginare in affanno mentre manovrano le vele e i remi-timone per riguadagnare il largo: un vortice, in zona Puzziteddu, deve aver fatto perdere al comandante il governo della nave, che adesso i flutti di libeccio spingono verso la spiaggia del faro. E' alla deriva: prosegue la sua corsa mentre il fondale si fa sempre più basso. D'un tratto si fa troppo basso per il pescaggio dello scafo: l'attrito di una secca sabbiosa ne arresta il convulso tragitto. Gli uomini, scaraventati in mare, riescono a trarsi in salvo perchè l'acqua è alta poco meno di un metro. Il comandante impreca. Gli altri, ammutoliti, osservano dalla spiaggia i frangenti, lo schiaffo del mare. La nave e il suo carico sono oramai perduti...

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Monolite in marmo proconnesio (foto Archeogate).

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Podio in marmo proconnesio (foto Archeogate).

Il carico di marmo è noto all'accademia degli archeologi dal 1977 [4] ma è difficile pensare che sia sempre stato ignorato dal giorno del naufragio. 1500-1600 anni fa, il sito di arenamento si trovava, verosimilmente, in corrispondenza dell'allora linea di costa. Certo, lo scafo ligneo non deve aver resistito a lungo all'instancabile azione dei flutti, ma il suo pesante carico, di compattissimo marmo, è probabilmente rimasto lì, in quel limbo terri-marino in cui gli oggetti vengono di continuo coperti e scoperti dalle maree. E forse, con quel "Granitolis", l'umanista G. G. Adria, senza andare troppo per il sottile sulle tipologie di marmo, si riferiva al carico (che oggi, grazie ad analisi petrografiche, sappiamo non essere di granito) della navis lapidaria. Oppure - cosa che ci si può attendere da un umanista - il toponimo Capo Granitola ("Caput Granitolis", con "Granitolis" nella sua accezione mineraria in senso lato, ad indicare più che altro le rocce tufacee dell'era quaternaria) è la traduzione di quella locuzione araba "Ras-el-Belat" (capo roccioso) il cui cruento ricordo doveva suonare ancora fastidioso.

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Anfore di età antica rinvenute nei fondali di Capo Granitola.

Il relitto di Kartibubbo è una specie di mausoleo sottomarino in cui ogni monolite commemora un naufragio, uno scafo ingoiato, "digerito dal grande intestino acquatico e mai restituito". Un tratto di mare navifago, capace di usare le sue indomabili correnti e i suoi bassi fondali come trappole mortali per i legni in transito. Già in epoca greca, intorno al V secolo a. C., una nave carica di zolfo sarebbe naufragata tra Kartibubbo ed il Puzziteddu; alcune parti della sua chiglia con chiodi di rame ed il carico di anfore frantumate sarebbero state individuate dal professor Gianfranco Purpura. In epoca romana, oltre alla navis lapidaria, qui conclusero il loro tragitto almeno due navi: una probabilmente durante la battaglia delle Egadi (249 a.C.), e l'altra, in età imperiale, nel II-III secolo d.C.. Storie tragiche raccontano i cocci d'anfora ed i pezzi di piombo (coi quali si equilibravano gli scafi ovvero le ancore) che di tanto in tanto il cestello di qualche raccoglitore di ricci riporta in superficie.

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Barra di piombo di età antica rinvenuta a Capo Granitola (zona spiaggetta Stassi): il peso era probabilmente applicato con apposita chiodatura (i fori sono visibili) al fusto di legno dell'ancora al fine di consentirne l'abbattimento sul fondale.

Non meno periglioso è stato il mare in epoca moderna. Il naufragio più suggestivo resta indubbiamente quello del galeone spagnolo di un certo capitano Gomes, avvenuto in un'imprecisata data tra l'ultimo scorcio del XVI e l'inizio del XVII secolo. In un'epoca in cui la sensibilità pubblica per la conservazione dei beni storico-archeologici era ancora lungi dal formarsi, il comandante ispanico, probabilmente un reduce della disfatta subita dalla Envencible Armada nelle acque della Manica ad opera degli inglesi (estate del 1588), scorazzava per le acque del Mediterraneo, depredando le vestigia di città antiche per poi piazzarle nei mercati portuali d'Europa, ove non pochi estimatori erano disposti ad esborsare laute somme [5].

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Il bastimento del capitano Gomes alla foce del Modione presso Selinunte (ricostruzione immaginaria).

Gomes "frequentava" anche l'antica colonia greca di Selinunte, riscoperta nel 1551, tra dune di sabbia e fittissima vegetazione, dal frate domenicano Tommaso Fazello. A Selinunte Gomes giungeva direttamente dal mare, penetrando, con agili lance, sin dentro il fiume Modione, allora navigabile; i piccoli scafi ormeggiavano proprio dove anticamente sorgeva il porto commerciale della colonia megarese ed il loro equipaggio, con tutta calma, sotto il complice sguardo dei torrari di Polluce, prendeva ad insinuarsi nella macchia mediterranea. A est del Modione la rocca dell'acropoli con i resti di colossali templi ed edifici pubblici, a ovest il santuario della Malophoros (la Fecondità): una straordinaria quantità di manufatti - capitelli, colonne, podii, metope di fregi, statue - si offriva, come in un grande "discount delle antichità", alle squadre di improvvisati archeologici.

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Foce del Modione (un tempo navigabile) presso Selinunte.

Ma le secche sabbiose di Capo Granitola non mancarono di attuare la loro nemesi contro l'irriverente impresa di Gomes: la sua nave, forse troppo appesantita dal carico di blocchi trafugati a Selinunte, dovette arenarsi mentre dal Modione procedeva verso Lilibeo, da dove avrebbe potuto lanciarsi per la Spagna. Le circostanze del naufragio furono verosimilmente analoghe a quelle immaginabili per la navis lapidaria romana: una violenta libecciata impedì al bastimento di allontanarsi dalla linea di costa quel tanto che le avrebbe consentito di veleggiare sicuro verso la sua destinazione intermedia. Compreso il rischio cui andava incontro ed intenzionato a salvare a tutti i costi almeno lo scafo, Gomes decise, dopo aver doppiato la torre di Tre Fontane, di alleggerire la nave e cominciò, pertanto, a liberarsi della preziosa "zavorra" che trasportava: le delicate metope del fregio di un tempio furono le prime ad essere gettate in mare; poco più a ovest fu la volta di pesanti capitelli in marmo bianco (ovviamente non intagliati nelle cave di Cusa ma d'importazione); quindi toccò ai cannoni e al corredo di munizioni: centinaia di palle di basalto. Di fronte all'attuale villaggio di Kartibubbo, Gomes procedette all'ultimo disperato tentativo per riprendere il largo e doppiare la punta rocciosa su cui sorge l'attuale faro: le ancore e le rispettive catene di ferro furono lasciate scivolare in mare.

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Ivan Aivazovski (1817-1900), Tempesta davanti a Nizza: la tela del pittore russo-armeno si presta a rappresentare il naufragio di Gomes.

Il repentino alleggerimento rese, tuttavia, più instabile la nave, che le mareggiate fecero arretrare, verso est. Poco oltre il sito della navis lapidaria, la chiglia della nave si incagliò inesorabilmente nelle secche sabbiose, si mise d'un fianco ed i frangenti presero a spezzare gli alberi e a distruggere lo scafo... Un sommozzatore del posto conosce palmo per palmo i fondali di Granitola e dintorni ed è in grado di tracciare sulla carta nautica l'ultimo tragitto della nave di Gomes. Lui è la fonte della storia "apocrifa" narrata ed il certificato di credibilità gli deriva dall'esperienza diretta e dalle numerose prove che può esibire. Egli ha collaborato con le competenti autorità, nel 1988, per il recupero di tre capitelli corinzi, due ionici e tre basi di colonne in marmo bianco (reperti che sono in parte esposti al Museo del Satiro di Mazara del Vallo) da lui ascritti al naufragio di Gomes piuttosto che ad un secondo relitto di navis lapidaria, come più autorevolmente vorrebbe il professor Patrizio Pensabene [6]; due anni prima aveva, inoltre, assistito l'archeologa Maria Luisa Famà, oggi direttrice del Museo Pepoli di Trapani, nel recupero di sei grossi cannoni ferrosi [7] ad una ventina di metri dal sito dei ricordati capitelli: la così esigua distanza tra le due tipologie di reperti irresistibilmente espone alla tentazione di stabilire una connessione logica col naufragio di Gomes!

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Capitelli e base di colonna in marmo bianco (foto Museo del Satiro di Mazara del Vallo).

La nostra fonte conosce, inoltre, la posizione esatta in cui si troverebbero ulteriori capitelli e almeno altri due cannoni, centinaia di palle litiche, le catene e la polena che le correnti continuamente scoprono e ricoprono, gelose custodi del loro tragico mistero. Pare abbia recuperato autonomamente qualche pezzo di valore, come un elmo o un archibugio... e un giorno mi ha mostrato, in foto, alcuni pezzi di fasciame e alcune palle di basalto. Il diametro di queste ultime non sembrerebbe, tuttavia, coerente con un ipotetico uso, in età moderna, come palle di cannone; invero, maggiormente pertinente appare il loro impiego, in età romana, come proiettili di una speciale catapulta a torsione - onagro - applicata su navi da guerra.

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Proiettile di catapulta in basalto.

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Resti di fasciame (attribuibili al bastimento del capitano Gomes?).

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Ricostruzione di un onagro (catapulta) per il lancio di proiettili sferici di pietra.

Gli si illuminano gli occhi quando ricorda quel giorno di tanti anni fa, in cui, durante una battuta di "pesca con le bombe", la sabbia di Tre Fontane svelò a lui, che attraverso uno specchio guardava dalla superficie, una metopa raffigurante una quadriga, molto simile a quella che trasporta Helios e Selene esposta al museo palermitano "Antonio Salinas" e proveniente dal tempio "C" di Selinunte.

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Metopa con quadriga del Tempio C di Selinunte (foto Museo A. Salinas di Palermo).

Col naufragio di Gomes la spoliazione di Selinunte non si arrestò: soltanto nel 1779, re Ferdinando Il di Borbone, per decreto, vietò il prelievo delle pietre dalla città antica; ma i controlli restarono assai blandi e Selinunte continuò a subire saccheggi. Fino a qualche decina d'anni fa gente si è arricchita depredando i tesori della necropoli di Timpone Nero...
Il professor Purpura, genius loci scientifico ed anch'egli appassionato frequentatore degli abissi, ritiene la storia del "naufragio strisciante" di Gomes "un collage tra un tentativo di spiegazione erudita e lo stupore per il rinvenimento di reperti eterogenei". I pezzi d'artiglieria individuati potrebbero, essendo di ferro (e non di bronzo, lega tipica del XV-XVI secolo) appartenere - secondo il professore - al corredo di 18 cannoni di un brigantino da guerra della marina britannica naufragato con i suoi 86 uomini (tutti tratti in salvo da un mercantile a seguito, il Kent) il 6 gennaio 1804 tra Tre Fontane e Granitola. Si tratterebbe della Raven [8] capitanata da Spelman Swaine (1768-1848), già distintosi per aver accompagnato, a bordo della Discovery, tra il 1790 ed il 1794, l'ammiraglio Vancouver nell'esplorazione della Columbia britannica. Purpura avrebbe localizzato i resti del relitto del Raven presso il Puzziteddu, dove si è imbattuto in una testa d'argano, dei frammenti di lamina di rame, utilizzata per rivestire gli scafi ed un contenitore cilindrico (rimasto in situ) a forma di colonna scanalata -di chiaro stile neoclassico- con tanto di sportellino e pieno di carbone pietrificato (forse una stufa o una cucina di bordo).

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I cannoni del capitano Gomes o del Raven? (Museo Baglio Anselmi di Marsala, in alto, e Museo del Satiro di Mazara del Vallo, in basso).

Di altri naufragi apprendiamo attraverso gli archivi notarili; in ordine cronologico, ricordiamo: un vascello francese carico di mercanzie (25 ottobre 1658), la polacca francese di un certo capitano Cutillier, carica di bovini e pecore barbaresche (29 marzo 1770), il vascello di un certo capitano Giorgio Papastauro proveniente da Idra, isola di levante (22 aprile 1810). Poi vi è anche il bollettino di Tre Fontane: vascello olandese nel 1719, fregata olandese nel 1720, brigantino maltese e polacca francese nel 1805, vascello inglese nel 1809... Una nave si arenava e subito il suo capitano si rivolgeva ai torrari; testimone il notaio, li pagava affinchè custodissero il carico in attesa del suo trasbordo in altra nave. E sempre il notaio era l'autorità designata per dare alle fiamme gli scafi arenati ed il legno vomitato dal mare. Queste circostanze spiegano perchè proprio i notai custodissero la memoria dei naufragi.
Sulla memoria di tutti questi naufragi deve essere stato eretto il bianco faro (dai vecchi chiamato "a lanterna") di Capo Granitola (1856-1862) e, almeno quattro secoli prima, Torre Saurello, l'antico faro funzionante ad olio.
Ricordo un falò di Ferragosto di qualche anno fa: sulla bacchica spiaggia del faro incendiammo quel che rimaneva di uno scafo parzialmente insabbiato sulla riva. Su quel barcone, qualche mese prima, dei disperati partiti dalle coste dell'Africa avevano seguito, sospinti da un entrobordo a nafta, la stessa rotta seguita da al-Furàt nell'827. Anche loro in viaggio verso un sogno di conquista, anzi verso la conquista di un sogno...

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Arenile del faro: resti di un battello di fortuna utilizzato da migranti clandestini.