Terra di approdi

Il mancato sbarco della grande industria a Capo Granitola: un mega-progetto industriale per fortuna fallito, per sfortuna dimenticato

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, il litorale di Capo Granitola, uno dei pochi tratti di costa siciliana ad oggi rimasti largamente integri, rischiò di essere irrimediabilmente devastato da un progetto di polo industriale simile, per scala, a quelli di Gela, Melilli, Augusta, Milazzo e Termini Imerese. Un progetto che oggi, col senno di cinquanta anni dopo, potremmo definire del tipo “cattedrale nel deserto calata dall’alto”.
Risale al 1970 l’idea –oggi diremmo “sciagurata”, ma all’epoca “figlia del suo tempo”– di fare sbarcare lo sviluppo industriale nei luoghi del trapanese dai quali oltre millecento anni prima era iniziata la conquista islamica della Sicilia. In esito ad una prima mappatura delle potenzialità industriali dell’isola, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) si era accorto che, fra Mazara del Vallo e Campobello di Mazara, prospettava sull’Africa una cuspide rocciosa, pianeggiante e scarsamente abitata che poteva essere valorizzata con un progetto industriale di valenza strategica nazionale: “il quinto polo siderurgico”.

La temperie storica si prestava ad un progetto di tale respiro:

  • A livello locale, al termine di un rovinoso triennio, la locale tonnara di Attilio Amodeo aveva definitivamente chiuso i battenti (1972), lasciando Torretta-Granitola priva del suo grande opificio ittico.

  • A livello regionale, erano gli anni immediatamente successivi al terremoto della Valle del Belìce (1968), nei quali la speranza di ricostruzione fisica di interi paesi (purtroppo in siti diversi) si accompagnava, nelle popolazioni coinvolte, alla legittima aspettativa di riscatto socio-economico.

  • A livello nazionale, era l’inizio del terzo decennio di attività di un’ancora pingue Cassa per il Mezzogiorno, la quale dal 1950 prometteva di infrastrutturare il Sud e colmare il divario col Nord.

  • A livello euro-mediterraneo, erano gli anni in cui venivano condotti con successo gli studi ed i test (1969-1975) per la costruzione del metanodotto sottomarino che avrebbe portato il gas algerino, passando per la Tunisia, a Mazara del Vallo, e da lì nell’Europa continentale.

  • A livello internazionale, in esito alla prima crisi petrolifera (1973), l’Italia, importatrice netta di materie prime energetiche, si era scoperta vulnerabile alle politiche del cartello mondiale dei Paesi produttori di greggio (OPEC).
  • In questo quadro, in virtù della sua oggettiva centralità nelle rotte mediterranee, Capo Granitola fu considerata da politici regionali e nazionali e da esperti di politica industriale come un’occasione da non perdere; tanto più che un allaccio diretto al gas africano avrebbe garantito autonomia energetica a costi contenuti, e senza i rischi geo-politici del petrolio, ad un polo industriale convenientemente localizzato alle porte di Mazara del Vallo. Nell’aprile 1974, il “Notiziario IRFIS” [1]. pubblicò uno studio di fattibilità a firma dell’ingegnere Gerlando Marullo, esperto di riconosciuta fama a livello internazionale.

    La copertina dello studio IRFIS del 1974

    La copertina dello studio IRFIS del 1974

    Il faraonico progetto prevedeva la costruzione, fra Torretta-Granitola e San Nicola (grossomodo fino a via Torre dei Gesuiti), di un porto con diga foranea lunga quasi 3 km e bocca direzionata verso Capo Feto. All’interno della diga si sarebbero distese verso l’Africa per oltre 1 km una decina di banchine divise fra “bacino carboni” (località IGM “Cala Turchi”) e “bacino petroli” (località IGM “Lo Fumo”) per complessivi 200 ettari. Con opportune opere di dragaggio, al porto avrebbero potuto attraccare le superpetroliere e le mineraliere; in enormi silos portuali sarebbero state stoccate le materie prime. Del porto esisteva già un progetto di massima elaborato dall’ingegnere Agatino d’Arrigo nel 1970, che stimava il costo delle opere in 60 miliardi di lire (in soli quattro anni lievitati a causa dell’inflazione a 85 miliardi di lire).

    A ridosso del porto, protesa e rammagliata all’autostrada A29 e alla rete ferroviaria (scalo di San Nicola), era prevista una zona industriale di 2500 ettari, con possibilità di espansione fino al limitare di Tre Fontane.

    L’area portuale (da pag. 37 dello studio IRFIS)

    L’area portuale (da pag. 37 dello studio IRFIS)

    L’area portuale (localizzazione con GoogleEarth)

    L’area portuale (localizzazione con GoogleEarth)

    L’area industriale avrebbe ospitato una propria centrale termo-elettrica (alimentata dal metano algerino e, in via residuale, da idrocarburi), impianti metallurgici e chimici all’avanguardia operanti in una logica integrata per realizzare economie di scala. Le necessità di acqua dolce per la produzione sarebbero state soddisfatte con un desalinizzatore ovvero con una o due dighe da costruirsi a monte dei fiumi Modione e/o del fiume Delia. Per inciso, in alternativa alla centrale termo-elettrica, si considerava l’approvvigionamento di energia elettrica da una centrale nucleare, di cui si auspicava la costruzione niente di meno che nelle isole Egadi...

    Di tutte queste opere non si forniva alcuna stima dei costi.

    L’area industriale (da pagg. 46-47 dello studio IRFIS)

    L’area industriale (da pagg. 46-47 dello studio IRFIS)

    L’area industriale (localizzazione su GoogleEarth)

    L’area industriale (localizzazione su GoogleEarth)

    Capo Granitola nella rete industriale e portuale mediterranea (da pag. 32 dello studio IRFIS)

    Capo Granitola nella rete industriale e portuale mediterranea (da pag. 32 dello studio IRFIS)

    Lungimirante era, all’interno del progetto, l’istituzione a Capo Granitola di un centro di ricerca industriale in campo metallurgico che, nelle intenzioni dell’ingegnere redattore, avrebbe dovuto garantire alle produzioni del polo l’avanguardia tecnologica a livello mondiale così da resistere nel tempo alla concorrenza di altri Paesi.

    Sul piano ecologico, il progetto risparmiava nell’immediato le zone del borgo, della tonnara e del faro di Torretta-Granitola, includendole tuttavia nel raggio per la possibile espansione dell’area industriale; considerava il metano come garanzia di ridotto inquinamento dell’aria; prospettava depuratori delle acque reflue; prometteva la forestazione della zona attorno all’area industriale. Nessuno aveva informato l’ingegnere Marullo che il polo industriale avrebbe fagocitato l’area, oggi protetta dal WWF, del Lago Preola e dei Gorghi Tondi (a NO), nonché quella archeologica delle Cave di Cusa (a NE). Nessuna considerazione era svolta in merito alla perdita di opportunità per il settore turistico.

    Comunque sia andata, possiamo ritenerci fortunati che il polo industriale di Capo Granitola sia rimasto lettera morta. Lo snaturamento dei luoghi e i danni all’ecosistema sarebbero stati di proporzioni catastrofiche. Cosa sarebbe accaduto all’intera area interessata sul piano socio-economico è facilmente immaginabile guardando alla storia di progetti analoghi. Probabilmente nella fase immediata della realizzazione del progetto si sarebbero create opportunità di lavoro (erano previsti fino a 7 mila posti di lavoro a regime!) e di investimento (agevolato e partecipato dallo Stato); lo spiazzamento di investimenti e manodopera avrebbe mortificato agricoltura, attività marinare e turismo nell’area da Castelvetrano a Marsala; quartieri dormitorio sarebbero sorti nelle periferie di Campobello, Castelvetrano e Mazara, consumando ulteriore suolo. Poi, come gli altri poli siciliani ed italiani, Capo Granitola avrebbe scontato le dinamiche della competizione mondiale, avrebbe ristrutturato, tagliato rami poco redditivi o in perdita, cassintegrato, licenziato; di crisi industriale in crisi industriale, col ritrarsi dell’intervento statale, avrebbe progressivamente chiuso i battenti. Il paesaggio costiero –lo skyline– sarebbe oggi quello di un sito industriale abbandonato, una “Bagnoli” trapanese da bonificare.

    Ignaro di tutto questo, il bianco faro di Capo Granitola, scruta l’orizzonte e, per nostra fortuna, vede le petroliere incrociare al largo. La tonnara non pesca più tonni ma ospita i ricercatori del CNR che studiano l’ambiente marino costiero per proteggerlo. Sotto la torre, mio fratello pesca ancora i pesci con la lenza, come faceva nonno Pippineddu; per fare il cous cous, come lo faceva la nonna Annita nella casa della nostra infanzia dorata. Il piccolo terreno di famiglia, non lontano dalla casa, è da sempre inedificabile, incoraggiante segno che il borgo di Torretta-Granitola resiste agli attacchi del cemento, al quale invece ha ceduto la zona del villaggio turistico di Kartibubbo, oltre il faro, in direzione dell’ininterrotto fronte di case di villeggiatura di Tre Fontane-Triscina.

    Apprendo, mentre scrivo (giugno 2020), del progetto di un mega-impianto polifunzionale in Contrada San Nicola (alle spalle del borgo, nella zona delle cave di tufo) per il trattamento dei rifiuti solidi urbani nella quantità complessiva di 70.000 tonnellate. A quanto pare, la tentazione di portare l’industria da queste parti è sempre viva.

    C’è solo da augurarsi che la storia, qui recuperata alla memoria, si ripeta. Torretta-Granitola trova paradossalmente il suo valore, unico ed irripetibile, nella sua marginalità, nella sua lentezza, nel suo essere luogo di rifugio nel mondo che diventa globale e banale.

    Gianluca Serra