Lo spirito del borgo

Carta

Il comprensorio di Capo Granitola.

Oltre le mura perimetrali della tonnara-acropoli, ecco svilupparsi l'asty, cioè, fuor di similitudine con la polis greca, il piccolo centro abitato. Richiedendo un apporto relativamente ingente di forza lavoro, la tonnara, luogo di fatica corale, fu, come in altre località siciliane (ad esempio, Mondello e Marzamemi), motrice di urbanizzazione.

Veduta aerea

Veduta aerea del borgo di Torretta Granitola dal fronte mare sud (alla destra del porticciolo la "Punta Sicca").

Il porticciolo da terra

Il porticciolo oggi (da terra).

Il porticciolo da mare

Il porticciolo oggi (da mare).

Dal 1857, una borgata prese forma di fronte al porticciolo naturale nell'ex feudo Campana, allora proprietà del principe Diego Aragona Pignatelli Cortes. La simmetrica disposizione delle case (allora circa 150) lungo ampie strade, attorno all'estesa piazza, fu pianificata, su incarico del principe, dall'ingegnere agronomo Antonino Viviani da Montevago.

Il borgo negli anni '40

Il borgo negli anni Quaranta del secolo scorso (veduta fronte mare, particolare da foto d'epoca).

Il porticciolo negli anni '40

Il porticciolo negli anni Quaranta del secolo scorso in una cartolina d'epoca (veduta dal promontorio della "Punta Sicca"; sulla sinistra il barcareccio della tonnara e alcune ancore; in fondo a destra il profilo della torre Saurello).

Il porticciolo negli anni '40

Mandria al pascolo nel golfetto del porticciolo in una foto d'epoca (sullo sfondo la "Punta Sicca").

Il porticciolo negli anni '40

Veduta del versante di ponente del golfetto del porticciolo.

Il principe, avendo a cuore le anime dei torrettesi, donò loro un terreno sul quale potessero edificare una chiesetta. Auto-tassando le transazioni aventi ad oggetto la compravendita delle sarde, i pescatori realizzarono una cappella che fu intitolata a Maria Santissima delle Grazie, alla quale già dal 1587 i Padri Predicatori avevano dedicato la prima chiesa di Campobello (l'attuale matrice, dal 1715 intitolata a "Santa Maria ad Nives"). E proprio da Campobello un cappellano, di nomina principesca, veniva a Granitola per celebrare la messa tutti i giorni festivi; poi, durante la Settimana Santa, conduceva i fedeli fuori dal suolo consacrato, lungo una Via Crucis, culminante nel vecchio Calvario, costruzione ancora oggi esistente, seppure indegnamente abbandonata, tra i filari del vigneto che costeggia il pericoloso incrocio in cui la via che risale dalla piazza di Torretta si innesta nella provinciale Mazara-Campobello. Lo scambieresti per una nicchia votiva pagana per la sua collocazione tra i vitigni, la quale potrebbe addirittura suggerirti un'improbabile intitolazione a Bacco-Dioniso.

Il Calvario ieri
Il Calvario oggi

Il Calvario ieri ed oggi: struggenti immagini di decadenza.

L'antica chiesetta di Torretta non è più esistente: nel 1959, in seguito al crollo della copertura, fu ceduta dalla competente parrocchia a privati in cambio di un più decentrato terreno in via Torricelli. Sul sito della vecchia chiesetta sono state costruite abitazioni private attualmente di proprietà del professor Galfano. Della statua della Madonna, delle due campane e dell'arredo sacro tutto si era persa ogni traccia; mentre qualcuno ancora ricorda che i conci di tufo della chiesa furono reimpiegati per costruire i muretti che delimitano la piazzetta dal porticciolo. Su scala ridotta e con movimento inverso (dal sacro al profano), avvenne quello che era toccato in sorte ai marmi del Colosseo riutilizzati nella fabbrica di San Pietro. Resta comunque suggestivo immaginare che il porticciolo di Torretta è incastonato in una cornice di pietre impregnate di sacro che perennemente benedice le barche ormeggiate ed i pescatori.
Nel 2007, per volontà del sindaco del Comune di Campobello di Mazara - e nell'incuranza della Curia di Mazara, presa da "altre priorità" - è stata costruita, la nuova chiesa di Torretta, intitolata a Maria Santissima Stella del Mare. Per quasi quarant'anni, a Torretta si era celebrata messa, specie nelle domeniche estive, in luoghi di fortuna: in abitazioni private, in piazza, nei bungalow multifunzionali all'imbocco della via sterrata per le Pirrere. Il prefabbricato, sito in via Torricelli, certamente non eccelle per fattezze architettoniche, al punto che lo stesso parroco, con chiara allusione ai testi sacri lo ha apostrofato "la tenda", termine che ha il merito di cogliere, sul piano dei significati simbolici, due sfaccettature dello stesso tema: il carattere effimero dei beni materiali e la precarietà del nostro esistere. Per quanto umile, la costruzione merita (e suscita) rispetto per quello che rappresenta: la rinascita di un luogo sacro e di un nucleo spirituale stabile che gode dello status di parrocchia. La spontanea restituzione di una delle due antiche campane da parte dello storico sensale del posto, Don Totò, è emblematica di questo rispetto.
Se i torrettesi poterono permettersi il lusso di auto-imporsi una tassa per la chiesa da pagarsi con i proventi della vendita delle sarde, è evidente che la pesca e la salagione di queste ultime, di cui è ricco il mare tra Mazara e Sciacca, rappresentarono delle attività assai remunerative. E, infatti, esse furono capaci di attrarre a Torretta uno sciame di piccoli pescatori-imprenditori palermitani. Almeno un centinaio di barche era impegnato nella menaida (o tratta) e la domanda locale di sale era tale che quest'ultimo arrivava direttamente via mare stivato sugli "schifazzi" provenienti dalle saline ubicate tra Marsala e Trapani. La sagra del pesce azzurro, "celebrata" quasi ogni estate, riecheggia, sia pur con ridotta epica, gli antichi fasti dell'alieutica torrettese.

Sagra del pesca azzurro
Sagra del pesce azzurro

Preparativi per la sagra estiva del pesce azzurro.

Poco più di un secolo dopo, negli anni del boom economico, il borgo prendeva a svilupparsi assumendo, col progressivo dissolversi delle attività alieutiche, la sua attuale configurazione di luogo per la villeggiatura estiva.
Fortunatamente a Torretta è stato risparmiato il desolante destino urbanistico della limitrofa "sorellastra" Tre Fontane (anch'essa frazione di Campobello di Mazara), la quale è cresciuta per addizioni e giustapposizioni ignorando ogni logica funzionalista e criterio paesaggistico. Oggettivi vincoli contribuivano a contenere la pressione antropico-urbanistica sul litorale di Capo Granitola: tra i fattori umani va ricordata l'esistenza di una zona militare controllata dalla Marina e corrispondente alla "via del faro" (dalla tonnara verso sud-est); tra i fattori naturali, il principale freno era costituito dal litorale roccioso, i fondali algosi, la relativa freddezza dell'acqua, anche in estate, per via delle correnti. Comprensibilmente, Torretta non piaceva alla massa di campobellesi emigrati in Germania, Svizzera e nel triangolo industriale (circa 2000 tra il 1961 ed il 1971): essi preferivano trascorrere le poche settimane di ferie estive su un litorale sabbioso e baciato da acque basse e calde. Tre Fontane, con il suo chilometrico arenile dunoso e il tepore delle sue pozze pseudo-lagunari, era per loro l'ideale.

Il carnaio delle spiagge di tre fontane

L'affollata spiaggia di Tre Fontane in pieno agosto.

Il litorale roccioso di capogranitola
Il litorale roccioso di capogranitola

Il litorale roccioso di Capo Granitola.

A Torretta decidevano di costruire la casa di villeggiatura solo quelle famiglie che con il luogo conservavano un rapporto intimo e che non necessariamente avevano preso la via dell'emigrazione. Torretta, rispetto a Tre Fontane (ed anche a Triscina, frazione di Castelvetrano) rappresenta, pertanto, un unicum urbanistico oltre che sociologico. Fa eccezione il villaggio turistico di Kartibubbo edificato senza scrupoli paesaggistici nel corso degli ultimi quattro decenni sulle selvagge dune fra il faro di Capo Granitola e il Pozzitello. Un'enorme struttura in cemento armato parzialmente completata - un eco-mostro si direbbe - testimonia lo scempio consumatosi in un tratto di litorale sul quale le amministrazioni competenti non hanno saputo vigilare.

Scorci dell'architettura residenziale torrettese

L'ecomostro di Kartibubbo.

Scorci dell'architettura residenziale torrettese
Scorci dell'architettura residenziale torrettese
Scorci dell'architettura residenziale torrettese

Scorci dell'architettura residenziale torrettese.

Così, sull'onda del boom, il borgo marinaro, irradiandosi a partire dal porticciolo, si è esteso, a macchia di leopardo, lungo tre principali direttrici: verso la tonnara, verso la strada per Campobello di Mazara (costruita nel 1878) e, infine, verso la virtuale linea di confine disegnata, sul versante mazarese, da due antiche torri, credute "saracene" dalla gente del posto ma, in realtà, erette, sotto il dominio spagnolo, in funzione anti-saracena. Da esse il borgo trae il suo secondo, e più famoso, nome: "Torretta".
Lo spirito profondo di questo borgo, sito su una punta "minore" della Trinacria, risiede nella sua identità tonnarota. Un'identità che anno dopo anno si fa sempre più fioca, come stella che si allontana nello spazio, un'identità di cui le mattutine battute di bolentino sono solo una miniatura.
Nella tonnara, fino a quarant'anni fa, non avresti trovato il solitario Santiago descritto da Hemingway ne "Il vecchio e il mare": quella dei tonnaroti era, al contrario, una comunità, un piccolo esercito con una tanto di struttura gerarchica (rais, sotto-rais, capi-barca, tonnaroti, faratici) ed organizzazione: il rais era il generale, l'autorevole stratega di un periodico confronto ingaggiato con la natura marina per catturare il pesce storicamente più prezioso del Mediterraneo: il tonno.

Preparativi per la mattanza

Tonnara di Capo Granitola: preparativi per la mattanza (foto d'epoca).

Giova prendere a prestito la chiave di lettura che, già dal titolo ("Contadini del mare"), propone il docu-film che Vittorio De Seta girò proprio nelle acque di Granitola nel lontano 1955 [1]. La pellicola racconta, in una decina di minuti, i toni epici della mattanza: il cruento atto dell'accisa dei tonni, quando vascelli e parascarmi fanno quadrato attorno al coppo che inizia ad essere "assummato" all'atavico ritmo dell'ayamola; poi in quella "camera della morte" i "corchi" dei tonnaroti si scatenano contro i tonni che invano guizzano e sbattono le code in una schiuma resa sempre più rossa (la pellicola è a colori!) del loro sangue. E allora comprendi la forza espressiva di quel passo in cui Eschilo, narrando la storica battaglia di Salamina (480 a.C.), paragona ad una cruenta battuta di pesca al tonno la strage di Persiani fatta dai Greci: "Il mare scompare sotto un ammasso di corpi sanguinanti, i Greci colpiscono i Persiani come i tonni nella rete, gli spezzano le schiene con tronconi di remi e pezzi di relitti" (Persiani, 952).
Ma a darti il senso dello "spirito torrettese" non è tanto la nevrotica scena dei tonnaroti che, in mezzo al fragore di voci arpionano i fusi argentei dei tonni, li sollevano a bordo con erculeo sforzo per poi farli scivolare, fiottanti di sangue, nel ventre dei vascelli, quanto piuttosto le immagini della snervante attesa che precede il liberatorio, catartico atto della mattanza. Silenzio, sciacquìo del mare, imbarcazioni ondeggianti, volti tesi, rughe solcate dalla salsedine, corpi immobili pronti a scattare; chi fuma, chi ripara una rete, qualcuno mangia, qualcuno bucolicamente riposa, il rais scruta il mare per decidere quando impartire l'ordine per l'assalto. Un'attesa così ben dipinta da restituirti, al di là della troppo sbrigativa (ed errata similitudine con la corrida spagnola) il vero significato della mattanza: un preciso momento, nel ciclo dell'anno, in cui "i contadini del mare" raccolgono un pesce che sentono di avere "coltivato" nei campi marini, tanto è stato il lavoro di preparazione a terra e sospesi sul pelo dell'acqua.
Un momento tra gli altri momenti della vita costiera, che è anche vita rurale: la mietitura a giugno, la vendemmia a settembre, la raccolta delle olive a novembre, le arance a dicembre... "Questo pescatore (...) non vive solo sulla sua barca, tra le sue lenze e le sue reti. E' anche un contadino esperto, attento, che coltiva il suo orto e il suo campo" (Fernand Braudel, Il Mediterraneo, 1949). La presenza dei bagli rurali nel territorio limitrofo testimonia la forza di questo nesso socio-economico (e anche mentale-culturale) tra terra e mare. Torretta era addirittura sede di una importante "istituzione" deputata a regolare lo scambio economico dei frutti della terra (uva principalmente) attraverso la misurazione del loro peso: "u bilicu". Esso sorgeva all'inizio della strada, oggi asfaltata, che congiunge Torretta a Kartibubbo: una villetta privata ne ha preso il posto eclissandone per sempre la memoria.

Baglio diroccato nella zona di San Nicola

Baglio diroccato nella zona di San Nicola.

Vestigia del baglio Ingham presso le Cave di Cusa

Vestigia del baglio Ingham presso le Cave di Cusa.

E poi quell'ultima sequenza di immagini in cui i tonnaroti, allineati in piedi sulle barche, si levano il cappello e alzano un ringraziamento collettivo a "Jesu". Una pallida eco di quella devozione la ritrovi nella processione del giorno dell'Assunta, in cui la statua della Madonna percorre le vie del borgo dopo una gita in mare sul peschereccio più grande di Granitola, il "Nino C." dei Coppola. Una pesca, quella del tonno, capace di richiamare tanta fede, tanta fede quanta è l'alea del mare.

Il comandante Giacomino Coppola a bordo del Nino C. in compagnia della Marunnuzza
Immagini della Madonna portata in processione sul motopeschereccio Nino C.
Immagini della Madonna portata in processione sul motopeschereccio Nino C.

Immagini della Madonna portata in processione sul motopeschereccio "Nino C." nel giorno dell'Assunta.

Tanta fede ma anche tanta superstizione. Tuttavia, a giudicare da un emblematico aneddoto, quest'ultima pare non abbia avuto grande seguito nella tonnara di Torretta: nel 1947, i Vaccara, gli amministratori dell'epoca, concessero al giovane Francesco Alliata, già respinto da altre timorate tonnare siciliane, di effettuare riprese dentro il sacro recinto della "camera della morte", un altare invilabile nel quale il dio-tonno viene sacrificato e subito dopo gli si chiede perdono. Quella pellicola fu poi abbandonata ed il suo ricordo sopravvive solo nella testimonianza diretta dell'autore, al quale è riconosciuto il merito di essere stato il pioniere della cinematografia subacquea [2].