Storie di uomini e di tonni

   La tonnara di mare: l'agone tra uomini ed elementi

L'isula

Il "locu" in mare della tonnara di Capo Granitola.

Quanto alla storia della tonnara di mare di Capo Granitola, alcuna notizia è disponibile sulla fase che precede l'avvento della proprietà Amodeo. Molte informazioni sono, invece, reperibili -soprattutto attraverso interviste- sulla fase 1944-1972.
L'impianto di mare fu sperimentato nell'immediato secondo dopoguerra dal "raisi" trapanese Vito Barraco, il quale la diresse praticamente fino alla morte, nel 1961. Pare, tuttavia, che la vera mente dell'impianto a mare sia stata quella di suo fratello minore Giuseppe (detto "Pippineddu", 1905-1993), il quale, pur essendo stato più volte "suttoraisi", non riuscì ad emergere a Granitola sia a causa del suo carattere umbratile e pacato sia a causa del temperamento prepotente e sopraffattore del fratello maggiore. Entrambi si erano formati, negli anni Venti e Trenta, nelle tonnare trapanasi (Bonaria, San Cusumano, Favignana...) ed in quella libica, anch'essa in mano a trapanasi, di Marsa Zuaga [12]; essi facevano, inoltre, parte di un vero e proprio clan di uomini di tonnara, tra i quali si ricordano i fratelli Mommo ("suttoraisi" a Granitola dal 1967 al 1970 sotto la "raisìa" di Pio Renda), Ciccio ("raisi" a Olivieri, ME) e Diego ("suttorais" a Capo Passero, SR). Il cognome "Barraco" portava iscritto nella sua etimologia il destino professionale di chi lo avrebbe portato: "sbàrraco" era detto la repentina rotazione dei fusi argentei dei tonni intenti ad espellere dalle "surre" (le pance) i prodotti delle gonadi; "barracadà" era detta la corda di libbano di sparto in punta alla quale veniva appeso un uncino di ferro per tirare dalle barche i tonni morti impigliandosi nelle reti dell' "isula"...
L'architettura complessiva della tonnara di mare sperimentata dai fratelli Barraco risultava dall'innesto di una rete di sbarramento -detta "costa"- calata longitudinalmente lungo un tratto di circa sei chilometri e mezzo (poco più di 11400 canne [13]) in un grande edificio sottomarino di reti -detto "isula"- disposto ortogonalmente ed avente un volume di quasi 1 milione e 200 mila metri cubi. A nord, la "costa" aveva il suo cominciamento a 10 metri e mezzo di profondità (6 canne) in un punto detto "la rocca", distante da terra -e precisamente da punta Granitola- all'incirca un chilometro; procedendo verso sud, la costa si immergeva gradualmente fino a raggiungere, in prossimità della "sicca di Granitula", una profondità massima di poco meno di settanta metri (circa 40 canne), alla quale si trovava anche l' "isula".
La "costa" era una lunga muraglia di reti, spiegate da nord a sud ed atte ad intercettare i branchi di tonni procedenti da est a ovest nel loro viaggio di ritorno dai siti riproduttivi; essa era a maglie relativamente larghe perchè non aveva la funzione di catturarli ma semplicemente di deviarne il tragitto, conducendoli dentro l' "isula", che era il vero sito di pesca, detto "nautu" o "locu ra tonnara". Il nome "costa" era, dunque, legato al fatto che essa era concepita per ingannare i tonni, i quali, ritenendo l'ostacolo posto dall'uomo la vera costa, erano portati a seguirla fino a cadere nella trappola.
La "costa" si articolava in tre principali segmenti, che, da nord a sud, erano: il "toccu vasciu" (tratto inferiore), il "toccu mediu" (tratto mediano), il "toccu avutu" (tratto superiore), la cui lunghezza poteva variare a seconda della discrezionale valutazione del rais. Ogni "toccu" era, a sua volta, composto da "scole", tratti di "summu" di lunghezza predeterminata. Una "scola" si congiungeva alla successiva attraverso un anello di ferro detto "marragghiuni".

Ubicazione della tonnara

L'ubicazione della tonnara di Capo Granitola sperimentata dai rais Barraco (nostra ricostruzione).

Il "toccu vasciu" culminava a nord nel "pirali", un complesso di reti a forma di uncino concepito per impedire ai tonni che si fossero imbattuti nella "costa" di procedere in direzione opposta a quella che li avrebbe condotti verso l' "isula". A sud, il "toccu vasciu" si congiungeva al "toccu mediu" per mezzo di una struttura di reti -il "campili"- di forma analoga al "pirali" ma di dimensioni maggiori [14]. Il "toccu mediu" correva fino all'inizio del "toccu avutu", il quale era segnato da un secondo "campili". Il "toccu avutu", infine, si innestava nell' "isula" in un punto che è detto "spicu" (spigolo). Questo era sicuramente il punto più sacro dell'intera tonnara perchè delimitava a ovest l'ingresso all' "isula": lì, a fior d'acqua, veniva innalzato, sopra una base di galleggianti, un crocifisso di legno ricoperto di immaginette sacre, custode dell'immensa basilica sottomarina di cavi e reti.
Le reti della costa erano fissate a cavi d'acciaio, detti "summi" (sommitali), i quali erano tenuti in superficie da boe, realizzate con barilotti galleggianti di sottile lamierino, ricoperti di pece per non essere corrosi dall'acqua salmastra [15]. Le reti si disponevano verticalmente fino a raggiungere il fondo grazie al "chiummu" (letteralmente: piombo) costituito da "rusazzi" (conci di tufo). L'intera struttura era stabilizzata grazie a delle ancore, le quali venivano fissate al "summu" con degli ormeggi. Ad ogni "scola" era calata una coppia di ancore: una a ponente e l'altra a levante. In totale almeno seicento ancore tenevano stabile la chilometrica di "costa", che, per effetto della corrente, disegnava un grande arco la cui concavità era rivolta a levante [16].
L' "isula" costituiva la vera e propria "parte pescante" dell'impianto di reti ed in prima approssimazione può essere rappresentata come una successione di gabbie sottomarine in cui i tonni venivano fatti transitare attraverso un sapiente gioco di apertura e chiusura di porte fino a che non fossero stati convogliati nella gabbia in cui il loro destino biologico avrebbe ceduto il passo a quello commerciale. L' "isula" aveva la forma di un quadrilatero irregolare disegnato sull'acqua da"summi", i cui lati minori -"testa ri livanti" e "testa ri punenti"- misuravano, rispettivamente, 24,5 e 21 metri, mentre i lati maggiori (quelli disposti ortogonalmente alla "costa") 458,5 (lato settentrionale) e 353,5 (lato meridionale). Man mano che da una delle due "teste" si procedeva verso l'altra, i "summi" meridionale e settentrionale divergevano fino ad un massimo di 61 metri (misurabili in corrispondenza delle due "porte" tra le "cammari" "ranni", "foraticu" e "urdunaru") così che, vista dall'alto, l' "isula" sarebbe apparsa come provvista di un'entasi, cioè, al pari di una colonna greca, leggermente rigonfia a due terzi della sua lunghezza. Analogamente a quanto precisato trattando della "costa", i "summi" dell'" isula" erano tenuti a galla da boe e fissati al fondale con ancore. Data la posizione foranea e la profondità, l' "isula" necessitava di circa un centinaio di ancore. La superficie occupata dall' "isula" era di oltre 17 chilometri. Quest'area era divisa da cavi ortogonali ai "summi" -detti "musazzi"- in otto ambienti quadrangolari (anch'essi di dimensioni irregolari), detti "cammari" (camere). I tonni che avevano risalito la costa entravano nell' "isula" attraverso la "vucca foraticu", un varco completamente aperto situato in corrispondenza dello "spicu". Quand'anche non si fossero inoltrati oltre l'imboccatura dell'" isula", i tonni, continuando a seguire dall'esterno il lato settentrionale della parte orientale dell' "isula", avrebbero presto incontrato un ulteriore sbarramento, il "rivotu", una specie di uncino a due lati che si distendeva in direzione nord-est a partire dalla "testa ri livanti" settentrionale. Il "rivotu" li avrebbe obbligati a far dietro-front verso la "vucca foraticu".

L'isula

Varcata la "vucca foraticu", i tonni entravano nella prima omonima "cammara" dell' "isula": il "foraticu". Dal "foraticu" i tonni raggiungevano la "cammara ri livanti" (camera di levante) attraversando la "ranni" (grande), detta anche "ancura" (ancora). Tra "foraticu" e "ranni" e tra "ranni" e "cammara ri livanti" si trovavano "menzi porti" (semi-porte), le quali andavano dal "summu" settentrionale fino a metà "musazzu"; il movimento di "modda e leva" (abbassa e alza) della "menza porta" si ottenava grazie all' "iruni", una rete a forma di ventaglio, "cusuta ammazzuniata" (cucita e ammassata) a due lati della porta: il "musazzu" (o meglio metà di esso) e la rete laterale della "cammara". Una corda, detta "leva", aveva la funzione di "sciogghiri" (sciogliere) l' "iruni" e far "muddare" (abbassare), quasi fosse un sipario, la "menza porta", permettendo ad essa di scendere quasi fino in fondo. La "ranni" doveva il suo nome non già alle dimensioni (invero inferiori a quelle di altre "cammari") bensì al fatto che costituiva una vera e propria appendice della "cammara ri livanti", giacchè la sua funzione era quella di permettere, nel caso in cui un gran numero di tonni fosse entrato dentro l' "isula", che questi ultimi avessero un maggiore spazio in cui potersi muovere. A ponente del "foraticu" si apriva l' "urdunaru", confinante col "bastardu". Due "menzi porti" erano poste, rispettivamente, tra "faraticu" e "urdunaru" e tra "urdunaru" e "bastardu". Quindi, nel complesso, le prime cinque "cammari" (procedendo da levante) erano messe in comunicazione tra loro attraverso semi-porte. Delle "porte 'nteri" (porte intere) erano, invece, interposte tra le rimanenti camere di ponente, e precisamente una tra "bastardu" e "cammara ri tunni", un'altra tra "cammara ri tunni" e "bastardedda" e un'altra ancora tra quest'ultima ed il "corpu". Il meccanismo di apertura e chiusura delle "porti 'nteri" era analogo a quelle delle "menzi porti" con la differenza che per ogni "porta 'ntera" c'erano due "iruna" (uno per lato). Tutte le "porti 'nteri" (come anche le "menzi porti") erano realizzate con rete a maglia larga, da cui la denominazione di "porte chiare" (porte trasparenti): i tonni, specie quelli di più piccola taglia, non avrebbero avuto difficoltà a passarvi attraverso. Faceva eccezione l'ultima porta a ponente, quella posta tra "bastardedda" e "corpu", la quale era chiamata "porta cannamu"; le sue maglie erano assai più strette, dovendo assolvere alla funzione di chiudere definitivamente ai tonni la via verso levante, bloccandoli nell'area in cui sarebbero stati catturati, cioè il "corpu" (meglio noto come "cammara ri la morti [17]"). Il "corpu" era l'unica "cammara" ad essere provvista di una rete al fondo, per cui, diversamente dalle altre, rimaneva chiusa da cinque lati.

L'isula

L' "isula" della tonnara di Capo Granitola - Legenda: 1. Vucca foraticu, 2. Foraticu, 3. Ranni (o Ancura), 4. Cammara ri livanti, 5. Urdunaru, 6. Bastardu, 7. Cammara ri tunni, 8. Bastardedda, 9. Corpu, 10. Spicu.

La tonnara di Capo Granitola veniva calata in un tratto di mare soggetto a forti correnti che ne mettevano duramente alla prova la stabilità complessiva e, quindi, la capacità di catturare tonni. Intorno a questa determinante naturale i "raisi" succedutisi hanno dovuto esercitare il loro ingegno e la loro fantasia, immaginando e sperimentando molteplici soluzioni tecniche volte a "imbrigliare" il mare per governarne i capricciosi flussi. Anzitutto, sotto il profilo dell'evoluzione ubicazionale, la tonnara subì, nel corso degli anni, una progressiva traslazione verso levante (un centinaio di "canne" all'anno), cioè verso il più riparato golfo di Tre Fontane. La necessità di mettere l'impianto al riparo dall'alea delle correnti portò presto a rinunciare all'originaria, ed innegabilmente più pescosa, posizione foranea consentita dall'attracco del pedale dirimpetto a punta Granitola; la tonnara subì così un saggio "arretramento tattico" volto a metterla in sicurezza anche al prezzo di un più ridotto pescato: da tonnara "di punta" Granitola divenne una tonnara "di golfo". Si cercò di compensare, sia pure parzialmente, il carattere golfitano attraverso un allungamento della "costa", che in alcune annate portò l'isola su un fondale di circa cento metri. In coerenza con l'obiettivo principale perseguito attraverso lo slittamento ad nord-est, diverse innovazioni tecnologiche ed organizzative furono incrementalmente introdotte nell'impianto di mare:
- i cavi d'ormeggio dei "summi" furono allungati per dare maggiore "smannu" (flessibilità) alla struttura, le cui reti, sotto l'effetto delle correnti, tendevano ad "ammassarsi" (accartocciarsi su sè stesse);
- il numero di "marragghiuna" (giunti in ferro a forma di anello) che tenevano uniti i diversi tratti di costa fu accresciuto per conferire maggiore tensione alle reti di sbarramento;
- si rafforzò ulteriormente la costa fissando grappoli di tre ancore per lato ogni dieci "scoli";
- il numero complessivo di ancore fu costantemente incrementato arrivando a toccare le 700 unità, la maggior parte delle quali provviste di quattro mappe, e quindi con maggiore presa sul fondale; quelle più importanti arrivarono a pesare tra 500 e 900 chili [18];
- si spezzò la costa in tre segmenti attraverso l'introduzione di un secondo campile, in maniera tale che la pressione delle correnti si distribuisse su più punti;
- si coprì la parte superiore della "cammara ri livanti" con una rete, detta "cappeddu", per evitare che, per effetto delle correnti i "summi" si abbassassero facendo fuggire i tonni già entrati nell'isola [19];
- dai primi anni Sessanta, dei subacquei furono regolarmente assunti per monitorare lo stato delle reti e segnalare al rais le riparazioni da apportare con tempestività.
Sempre alla determinante delle correnti marine va addebitata l'impossibilità di far evolvere l'impianto dal tradizionale canone siciliano, che vuole l'isola ripartita in camere, verso quello spagnolo in base al quale l'introduzione di un preciso accorgimento tecnico -la "vucca a 'nassa"- consente di ridurre drasticamente il numero di camere (da otto a quattro) e quindi di porte (da sette a tre) semplificando le operazioni di "calatu", di pesca e di "salpatu". Ebbene, nel 1970, a Granitola la "vucca foraticu" fu sostituita dalla "vucca a nassa [20]", un imbuto di rete che si restringeva man mano che si addentrava nell'isola fino ad un massimo di trenta metri. In teoria, la nuova porta d'ingresso dell'isola avrebbe dovuto impedire, in combinazione col "cappeddu", che i tonni, una volta entrati nell'impianto, potessero uscirne; tuttavia, in concreto, l'azione delle correnti la fece "iri traversu" (far andare di traverso): la distanza tra i "summi" si ridusse notevolmente, vasi si trasformarono in stretti corridoi, le porte divennero tende flosce aggrovigliate, il "chiummu" si alzò dal fondo per metri, la "vucca a nassa" si ammassò rendendo impossibile l'ingresso di tonni. Quell'anno le catture della tonnara toccarono il loro minimo storico dal 1944: appena 460 tonni. Ma che la tonnara di CapoGranitola, come ogni altra tonnara "di capo", fosse soggetta alle correnti non era certo una novità sul punto s'era già pronunciato nel 1816 in modo inequivocabile il duca d'Ossada, il primo grande teorizzatore della pesca del tonno: " (...) un danno notabile con la perdita de' Tonni (...) si ritrova nelle Tonnare per cagion delle correnti, e specialmente ciò si avvera, nelle Tonnare, che sono situate in testa dei Capi, e lontane assai da terra [21]".