Storie di uomini e di tonni

   La tonnara di terra: tra razionalismo ed "abitare e costruire"

L'impianto di terra si articola in tre gruppi di fabbricati:
- a ovest, tre blocchi di alloggi (le "barracche") destinati, rispettivamente, alle donne, alla ciurma di terra e, infine, a quella di mare, la casa del rais (la "casina russa") sovrastata dalla torre d'avvistamento, un primo grande capannone per il riparo delle reti già usate, detto "Camperia";
- al centro, un grande hangar (la "Trizzana") costituito da due capannoni simmetrici con la funzione di ricovero e cantiere nautico per il barcareccio della tonnara;
- a est, il "palazzotto" dei proprietari e le stanze del ragioniere; quindi i vari ambienti che ospitavano le diverse fasi della lavorazione conserviera del tonno: la sala pesatura, macellazione e lavaggio, le celle frigorifere, la cisterna d'acqua, l'impiccatoio per il dissanguamento (detto "Vosco"), le vasche per la salamoia, il locale per l'asciugatura, le due batterie di caldaie per la cottura del pesce e la sterilizzazione delle confezioni, i due magazzini "ri salatu" (per la salagione), i tre capannoni, detti "Sciappante", in cui si inscatolava sott'olio e si stoccavano le confezioni.

Planimetria generale della vecchia tonnara Amodeo e relativa legenda.

La tonnara di Torretta non ha certo gli archi arabeggianti a sesto acuto progettati dall'architetto Almeyda per gli stabilimenti Florio di Favignana, nè le guglie neo-gotiche disegnate dal Giachery per l'Arenella di Palermo... eppure non si lascia ridurre a mera edilizia: essa è a pieno diritto manufatto architettonico portatore d'una monumentalità essenziale e severa, mediata da un linguaggio geometrizzante in cui volume, ritmo, simmetria parlano al comune senso estetico. Possenti corpi di fabbrica si sviluppano longitudinalmente su un costone roccioso, la cui asperità è temperata dal profilo sinuoso delle volte a botte, dal gioco chiaroscurale di arcate e rosoni che si stagliano su facciate "allattate", le quali in più punti svelano la sensuale nudità del tufo ocra rosicato dalla salsedine. Ma la vera chiave per l'interpretazione architettonica dell'impianto di terra rimane la razionalità di ascendenza funzionalista, figlia dell'età tra le due guerre, che, nel caso della tonnara di Granitola, eleva la produzione a principio informatore e organizzatore dello spazio. L'impianto è disseminato di elementi che rivelano la seduzione funzionalista subita da chi lo progettò: gli spiazzi tra gli edifici non sono dei "vuoti a perdere" ma opifici a cielo aperto (e.g. la cucitura delle pezze di rete nella "Piragna", le operazioni di cottura a vapore dei tranci nella piazzola ad est della "Trizzana", la salatura in umido e la sterilizzazione delle confezioni graffate nel cortile antistante il "Vosco") o comunque aree destinate ad accogliere funzioni (e.g. il deposito delle ancore a sud-est della "Trizzana"), le ampie volumetrie degli interni, interrotte solo da pilastri portanti, consentono il deposito di attrezzature ingombranti (barcareccio, reti, cordame, galleggianti...), gli alti soffitti voltati a botte e le numerose aperture favoriscono la ventilazione (necessaria in diverse fasi del processo produttivo, tra l'altro, ad elevato impatto olfattivo e, inoltre, per evitare lo sviluppo di muffe sulle attrezzature di origine organica) e l'irraggiamento naturale (utile per un impianto progettato in un territorio marginale, che solo alla fine degli anni Sessanta sarebbe stato raggiunto rete elettrica nazionale).

I capannoni dello stabilimento: le volumetrie interne

Le ampie volumetrie interne dei capannoni dello stabilimento Amodeo.

I capannoni dello stabilimento: il profilo esterno

Il sinuoso profilo esterno dei capannoni dello stabilimento Amodeo (prima della ristrutturazione).

Eppure, nonostante lo sforzo razionalizzatore, il disegno originario della tonnara non è rimasto immune da contaminazioni ad opera dello schema architettonico del baglio rurale tradizionale, in cui spontaneamente si realizza una commistione tra spazi produttivi e luoghi della vita quotidiana: le "baracche" dei tonnaroti non costituiscono un "quartiere" a se stante ma sono adiacenti al capannone delle reti; la casa del rais funge da basamento per la torre d'avvistamento, il "palazzotto" dei padroni è quasi addossato al cruento "Vosco", l'ufficio-alloggio del ragioniere è prossimo al luogo in cui, attraverso la pesatura, il tonno, tributo del mare all'ingegno ed alla fatica dell'uomo, si fa valore economico.
L'esperienza, le contingenze economiche e l'evoluzione tecnologica hanno, d'altra parte, fatto emergere esigenze nuove, non prevedibili, neppure dal più accorto progettista; pertanto, successive modifiche ed integrazioni si sono rese necessarie nel tempo:
- nel 1954, la disattivazione (per ragioni che saranno precisate più avanti) della filiera per la lavorazione conserviera caducò la tonnara di una funzione importante, comportando ripensamenti strutturali di non poco conto, come la riduzione a inerti magazzini dei capannoni di Sciappante e "di salato", l'abbandono delle vasche di salagione e delle batterie di forni;
- nel 1968, la costruzione di una cabina Enel (a nord della "Trizzana", lungo il muro perimetrale) esclusivamente dedicata alla tonnara rese possibile l'elettrificazione dei processi, che fino ad allora avevano fatto affidamento solo su un rumoroso gruppo elettrogeno a gasolio (situato a sud-est dello "Sciappante");
- nel 1969, una struttura portuale (comprensiva di molo frangiflutti e banchina d'ormeggio) fu realizzato per essere precipuamente al servizio della flotta della tonnara, fin lì ospitata nell'attuale porticciolo turistico;
- nel 1970, due grandi celle frigorifere furono installate all'interno del magazzino adiacente il "Vosco".
E, infine, vanno segnalate le tante costruzioni, per così dire, "minori", spiegabili con la formula heiddegeriana "abitare e costruire": le sei vasche (pile) adibite a lavatoio comune nel cortile est tra i primi due blocchi di "barracche", le latrine alla turca inserite in ciascun blocco di alloggi, la stanzetta del barbiere nel piccolo promontorio di fronte al magazzino est "di salato", il bagnetto esterno del "palazzotto" (davvero l'estremità orientale della tonnara di terra)...

Il bagnetto del palazzotto Amodeo

Il bagnetto del palazzotto Amodeo (scomparso con la ristrutturazione).

Fino a poco prima della ristrutturazione, dalla tonnara traspirava addirittura una monumentalità sacra, quasi il sito degli stabilimenti si fosse trasformato, nel suo abbandono, in un'acropoli post-moderna, metafisica, dechirichiana.

La monumentalità dell'ex tonnara

La monumentalità metafisica dell'ex tonnara Amodeo (dopo la ristrutturazione) in un dettaglio di una veduta da levante.

L'aere, latore di forti sensazioni olfattive, ti avrebbe fatto da muta didascalia a luoghi che andavano inesorabilmente perdendo la loro identità: l'odore di cordame impolverato, di legno di rovere infradicito, di bitume decotto, di ferro rugginoso, di "sangazzu ri tunnu" di cui erano profondamente intrise le "chianche" di legno, di tufo sfarinato, appannato d'un biondo ocra dalle sfumature bronzee, di capperi selvatici, di citronella... un odore complessivo che altrimenti non saprei definire se non "odore di tonnara". Ispirato da questi sentori, avresti potuto attraversare luoghi suscettibili di una trasfigurazione poetica in chiave simbolista:
l'ara sacrificale delle fornaci di cotto rosso in opus latericium... il fumaiolo, decrepito ma solenne totem slanciato verso i numi superni, padroni dell'alea del mare...

Caldaie

Camini

Caldaie e camini dello stabilimento Amodeo (incomprensibilmente mai ristrutturati).

Canna fumaria

Canna fumaria maggiore della tonnara Amodeo (prima dei lavori di consolidamento).

...la torretta d'avvistamento, campanile laico sull'abisso azzurro, dal quale i padroni seguivano, attraverso il cannocchiale, le operazioni della tonnara di mare; "pile", vasche vaticinali in cui solerti donne scrutavano la "passa" (passaggio) dei tonni attraverso i gorghi di acqua liscivia...

Torretta avvistamento, la casa del Rais

La torretta d'avvistamento e la casa del rais (prima della ristrutturazione).

Le pile dei tonnaroti all'interno delle baracche

L'atrio delle "pile" tra le "barracche" dei tonnaroti (prima della ristrutturazione).

...la mole della cisterna cilindrica di cemento armato atteggiantesi a mausoleo neoclassico uscito dalla matita dell'architetto Boullèe... le centinaia di ancore arrugginite (poi svendute al governo di Gheddafi [9]) schierate come falangi di opliti...

Lo spiazzo antistande ai magazzini

Ancore nel piazzale antistante i magazzini c.d. "Trizzana" (in primo piano), serbatoio d'acqua e canna fumaria minore, oggi non più esistente (sullo sfondo).

... il molo, magica protesi della terraferma, con le sue tante crepe colonizzate dagli "aranci pilusi" (granchi) dalle quali avresti udito il respiro abissale di Poseidone... i due capannoni "Trizzana" in cui giacevano, scheletri di elefanti, bitumiche carcasse di una flotta abbandonata da un rais-Ulisse. Forse perchè Itaca è qui? O forse perchè Itaca, come l'Atlantide raccontata da Platone, è stata risucchiata dal mare e quindi non ha più senso cercarla sfidando venti e correnti, dèi, Lestrigoni e Ciclopi.

I capannoni

Ricovero per la flotta

I capannoni c.d. "Trizzana": ricovero per la flotta della tonnara e cantiere navale.

Oggi la poesia della tonnara risulta più ermetica, mascherata come è dietro gli interventi di ristrutturazione e di riqualificazione del complesso architettonico di proprietà della Regione Siciliana. Per anni un grottesco custode, che sembrava uscito da un film di Ciprì e Maresco, si è aggirato tra i fabbricati della tonnara in sella al suo cinquantino senza targa. Torso nudo e occhiali da sole stile "blues brothers", il personaggio in cerca d'autore usava rispondere con una frase "istituzionale" a quanti fra curiosi e visitatori estivi gli avessero chiesto della ripartenza dei lavori: "chistu è lu settembri giustu!". E di "settembri" ne sono passati davvero tanti dall'inizio degli anni Novanta, quando il cantiere fu inaugurato accendendo nuove speranze per una rivitalizzazione, in chiave diversa, della tonnara di Torretta. In effetti, dal gennaio 1994 fino a tutto il 2007 i lavori sono rimasti in sospeso a causa di modifiche al progetto (e precisamente all'edificio "cantieristica e rimessaggio", già "Trizzana") introdotte in fase di realizzazione e, come tali, non autorizzate; la procedura di sanatoria è stata perfezionata nel giugno del 2004 lasciando cadere un alibi burocratico che per un decennio ha paralizzato un luogo che stava cercando di ripensare se stesso, di reinventarsi un senso ed una funzione socio-economica. Una di quelle varianti al progetto che ha tutta l'aria di essere stata creata ad arte per mascherare dietro problemi amministrativi l'incapacità di ultimare i lavori con il budget dato.
Quanto alla destinazione funzionale dell'ex tonnara Amodeo, il progetto di recupero che nel corso degli anni è venuto a definizione per addizioni successive appariva, nel 2006-2007, inflazionato e confusionario. Da fonti plurime all'epoca postate su internet si apprendeva che la tonnara, svuotata della sua storica funzione di "industria del mare", sarebbe, ad un tempo, diventata sede del già insediato Consiglio Nazionale delle Ricerche (per la ricerca oceanografica e biologico-marina), sede distaccata dell'Università di Palermo (di cui avrebbe dovuto ospitare un corso biennale di laurea specialistica in Scienze e tecnologie per l'ambiente marino e il turismo), centro di formazione di Italia Navigando per tutte le figure professionali dei porti della rete, centro di ricerche archeologiche subacquee del Mediterraneo, approdo internazionale con ingressi controllati, resort e centro congressi. Oggi la destinazione funzionale della ristrutturata tonnara appare decisamente più chiara con l'insediamento, principalmente nelle strutture di levante, dell'Unità Operativa dell'Istituto per l'Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche, la quale svolge attività di ricerca e formazione su tematiche inerenti le scienze del mare e segnatamente aspetti di biologia, acustica, chimica, fisica e geologia. Dunque, un legame tra tonnara e mare che sembrerebbe ristabilirsi, sia pure su basi diverse: non più nei termini di sfruttamento economico di una particolare risorsa ittica, quale il tonno, ma di studio per la conoscenza e conservazione delle risorse ittiche e della biodiversità dell'ambiente marino. Uno sviluppo, questo, che, tuttavia, non esime da alcune critiche rivolte a quanti negli enti competenti, a cominciare da quello regionale, non hanno saputo, o voluto, coniugare efficienza economica, sensibilità storico-culturale, pianificazione strategica. La prima e più ovvia critica riguarda lo spreco di denaro pubblico per l'iniziale riqualificazione per finalità turistico-ricettive di un complesso architettonico che è stato poi parzialmente riadattato, con ulteriori investimenti, a centro di ricerca. La seconda critica si lega al degrado cui vanno inesorabilmente incontro le strutture dell'ex tonnara che non sono state prese a carico dall'ente di ricerca marina. La terza critica chiama in causa l'incuria per la memoria storica custodita dalla tonnara. A questo proposito, valga ricordare la ormai quasi totale distruzione del barcareccio di tonnara abbandonato senza copertura all'azione inesorabile degli elementi in un'area in cui operano mezzi pesanti (trivelle, scavatori etc.) che, per conto dell'ente di ricerca, starebbero effettuando prospezioni geologiche su un'area in cui insisterebbe una sorgente geotermale. Si cita, inoltre, l'infedeltà del recente progetto di consolidamento della ciminiera della tonnara, adesso più bassa e tozza, uno snaturamento che non sfugge a chi porta ben iscritto nella propria memoria lo sky-line della costa torrettese.

Ricovero per la flotta

Canna fumaria maggiore della tonnara Amodeo (dopo i lavori di consolidamento che l'hanno visibilmente resa più tozza).

Oggi le veci di museo sono fatte dalle pareti della locale Lega Navale Italiana: una collezione di foto di struggente malinconia "tiene in vita" la tonnara, sia quella che funzionò sia quella abbandonata nel 1973.
L'ultimo anno di attività della tonnara fu, dunque, il 1972. In tutto, la tonnara Amodeo restò operativa per 28 anni. La sua crisi iniziò a manifestarsi già intorno alla metà degli anni Cinquanta, quando, come già anticipato, si ebbe una vera e propria ristrutturazione tradottasi nella chiusura dell'impianto per la lavorazione e inscatolamento del tonno. Da parte della proprietà e dell'amministrazione si era stimato economicamente più conveniente vendere il pescato ancora fresco a rigattieri che se ne accaparravano le quote all'inizio della stagione piuttosto che trasformarlo in prodotti finiti da commercializzare presso grossisti. Carichi di lastre di ghiaccio, i camion dei rigattieri attendevano la fine di ogni mattanza per riempire il loro ventre di "tunnina [10]" e fare strada alla volta dei più importanti mercati ittici regionali: Mazara, Siracusa e Catania. Le caparre versate da questi ultimi, oltre a fungere da garanzia sul futuro acquisto, rappresentavano, in attesa delle entrate da vendita del pescato, una importante fonte di auto-finanziamento, praticamente a costo zero, delle spese variabili della tonnara (in particolare il monte salari della ciurma). L'eliminazione del segmento conserviero dal "ciclo della tonnara" fece venir meno il carattere industriale dell'azienda, la quale ultima rimase, pertanto, una mera impresa di pesca, sia pure di grandi dimensioni.
Nei primi anni Sessanta, la chiusura dei vicini impianti di Sciacca e di Torre Polluce (presso Selinunte) fu il campanello d'allarme di una crisi della pesca del tonno che falcidiava le tonnare di piccole dimensioni, incapaci di spalmare convenientemente, "acqua doppu acqua" (di stagione in stagione), gli elevati costi di gestione sui volumi di produzione. A completare la crisi vi fu, inoltre, la maggiore fascinazione esercitata sul capitale da meno rischiose intraprese economiche, specialmente in un contesto storico-geografico in cui la Cassa per il Mezzogiorno favoriva settori industriali che poco avevano da spartire con le vocazioni endogene del litorale siciliano. La tonnara di Capo Granitola, che intanto aveva rilevato gran parte delle attrezzature delle due tonnare morenti, si dimostrò, grazie ai suoi elevati volumi di pesca (circa duemila tonni a stagione), un'impresa finanziariamente sostenibile. Lo sciame di innovazioni tecnologiche (elettrificazione, portualità, refrigerazione, introduzione di attrezzature in nylon e plastica) di fine anni Sessanta prospettò, poi, la possibilità di affrontare con successo il nuovo decennio. E, invece, nonostante tutti i buoni auspici, nel 1970, Attilio Amodeo dovette far valere le sue amicizie influenti [11] affinchè un'impresa pubblica controllata dalla Regione, la Sicil Tonnara, entrasse nel capitale dell'impresa, acquisendone la quota maggioritaria, certo non per spartirsene i profitti ma, in un logica distorta di intervento pubblico straordinario, per ripianarne le perdite a tutela dei margini dei soci privati e dei numerosi posti di lavoro stagionali. Attilio Amodeo restò comunque alla presidenza dell'impianto, che divenne completamente della Regione Siciliana all'inizio del 1972. Il passaggio del testimone dal privato al pubblico rappresentò il formale atto di morte di una giovane e moderna tonnara, chiusa sine die proprio l'anno successivo.
Il triennio 1970-1972 fu il peggiore nella breve storia della tonnara di Capo Granitola. Non solo perchè furono le ultime stagioni di pesca ma soprattutto perchè si trattò di disastrose stagioni di pesca. Nel 1970, un'ardita innovazione tecnica sperimentata sull'ordigno di reti pregiudicò la stagione, facendo pescare irrisori quantitativi. Ma il peggio doveva ancora arrivare: nel 1971, la tonnara non fu neppure calata; nel 1972, fu calata ma non fu messa in pesca (cioè non si calò il c.d. "corpu") perchè non si erano avvistati tonni all'interno dell'isola. E' probabile che la "passa" dei tonni abbia risentito del congiunto operare dell'inquinamento delle acque marine costiere (dovuto agli scarichi urbani ed industriali), dello spregiudicato operare delle tonnare "volanti" giapponesi (che intercettano i tonni già prima che questi varchino lo Stretto di Gibilterra), dell'attività sismica sottomarina del Canale di Sicilia (specie nella zona del Banco Graham, di fronte Sciacca). E' comunque certo che, in quel lontano 1972, la tonnara non solo non pescò un solo tonno ma subì anche ingenti danni a causa del maltempo che impedì il recupero di 150 delle circa 700 ancore che venivano impiegate per ormeggiare i cavi di "summu" al fondale.