Storie di uomini e di tonni

   Gli uomini e le donne della tonnara

Da un lato la tonnara di mare con le sue strutture concrete (fabbricati, fabbriche...), dall'altro la tonnara di mare con le sue effimere architetture ("cammari", "porti"...): fra questi due luoghi il "fare" dell'uomo. Anzi degli uomini: in tonnara il lavoro non era mai fatica individuale ma sempre sforzo corale. Ed il "coro", per funzionare, aveva bisogno di un "direttore": questi era "u raisi" (dall'arabo "ras", il capo). Veniva designato prima dell'inizio della stagione di pesca dalla proprietà, che gli conferiva la facoltà di selezionare la ciurma di mare, i veri e propri "tunnaroti" (tonnaroti), dalla cui perizia, impegno ed obbedienza sarebbe dipeso, con il favore di Dio e del mare, l'esito economico dell'impresa. La tonnara Amodeo conobbe, nei suoi cinque lustri di storia il comando ("raisìa") di tre soli "raisi", tutti appartenenti alla "scuola" di Trapani: Vito Barraco, il padre fondatore dell'impianto a mare (1944-1961), Luigi Grammatico detto "Giotto" (1963-1965) e Pio Renda (1966-1970). Il nome del "raisi" delle ultime due sfortunate stagioni (1971 e 1972) è stato obliato dai testimoni rimasti di quel tempo; una rimozione dalla memoria forse dettata dall'inconsapevole bisogno di sedare la struggente malinconia per un mondo lasciato spegnersi senza troppi scrupoli. All'ombra dei tre menzionati "raisi" la figura mite e talvolta remissiva di quello che molti continuano a considerare il vero "raisi" di Granitola: Giuseppe Barraco.
Quando, nella stagione del 1961, il fratello maggiore Vito lasciò la tonnara nel suo "centru pisca [22]" per tentare un vano "viaggio della speranza" a Milano, Attilio Amodeo affidò il comando della ciurma a Giuseppe. Un atto dovuto, visto che questi era il "suttaraisi", ma soprattutto sentito, dato il generale riconoscimento del suo talento, oscurato solo dal disprezzo e dai soprusi dell'invidioso fratello, da molti considerato "un crudeli" (persona malvagia). Giuseppe era un uomo che le vicende della vita avevano reso riservato e poco propenso alla ricerca di prestigio e potere: imbarcato per mesi e mesi su navi mercantili, aveva consumato in solitudine gli anni più belli della sua gioventù per legittima difesa aveva accoltellato un uomo in una barberia di Massaua (allora Somalia italiana), durante la campagna d'Africa, e l'idea di averlo assassinato alimentava in lui un inestinguibile senso di colpa; poi c'era stata la prematura morte della moglie Maria, nel 1950, quando il loro figlio era ancora bambino; quindi un naufragio al quale miracolosamente sopravvisse insieme ai suoi compagni, restando appeso per un'intera notte ai banchi di uno scafo ribaltato dai marosi. Il temperamento introverso ed umile lo trattenne dal proporsi con la necessaria determinazione come successore del fratello Vito, spirato nel capoluogo lombardo per un male incurabile all'intestino. Per dirla tutta, il trapasso dell'autoritario Vito aveva aperto una vera e propria disputa per la successione in seno alla tonnara di Capo Granitola, quasi fosse morto un re. Ad aspirare al comando era il nipote Ignazio Barraco, primogenito di Vito. Nato e cresciuto in tonnara, Ignazio sapeva il fatto suo ed aveva uno spiccatissimo fiuto per gli affari, ereditato dal padre. Riteneva che la carica di "raisi" gli spettasse in virtù di un automatico principio ereditario, come in un casato reale; ma, d'altra parte, riconosceva che senza lo zio Giuseppe, "zù Pippineddu", non sarebbe stato in grado di mettere la tonnara in pesca procurando guadagni e soddisfazione ai padroni. Così cercò di convincere Attilio Amodeo ad affidargli la "raisìa"; a titolo di garanzia, Ignazio garantì che avrebbe convinto "zù Pippineddu" ad accettare di essere formalmente il suo secondo. Equivaleva a garantire l'esperienza e la professionalità necessarie per conseguire ottimi risultati in termini di catture. Chiaramente queste manovre negoziali furono fatte sopra la testa di Giuseppe. Le trame tessute da Ignazio furono così intricate e sotterranee e la personalità di Amodeo di così esiguo spessore [23] che presto una vera e propria crisi scoppiò in tonnara col risultato che l'anno successivo alla morte di Vito, cioè nel 1962, non si calò in mare l'impianto di reti. Era segno che "zù Pippineddu" non aveva accettato il fatto compiuto dell'avido nipote ed aveva preferito allontanarsi da Granitola accettando di fare il "raisi" nella tonnara di Porto Palo di Capo Passero, estremo spigolo sud-orientale della Sicilia e più antica e pescosa tonnara di ritorno dell'isola. L'ingaggio era arrivato attraverso i Campisi di Marzamemi, una famiglia di "riatteri" (rigattieri) che ogni anno, da quando era cessata la lavorazione conserviera in loco, si accaparrava gran parte del pescato della tonnara di Granitola. Quel salto di grado era importante per Giuseppe che, nel frattempo, si era risposato ed aveva altre due bimbe da crescere. A Capo Passero, Giuseppe potè portare con sè la sua famiglia, privilegio da "raisi" che per riconoscenza gli era accordato anche a Capo Granitola pur essendo solo "suttaraisi". Ignazio, che da solo non avrebbe avuto alcun ruolo a Granitola, seguì lo zio nella tonnara siracusana del principe Pietro Bruno di Belmonte. Lo zio evidentemente non era capace di portare rancori e Ignazio potè così trovare una nuova piazza per dar libero sfogo alla sua vocazione per gli affari.

Foto di gruppo

Foto di gruppo: si riconoscono Vito Barraco (il secondo in piedi da sinistra), Giuseppe Barraco (il primo in basso a sinistra, in camicia chiara); alle sue spalle, Mommo Barraco.

Nel 1963, Attilio Amodeo ricoprì la vacanza della più alta carica della tonnara chiamando come "raisi" Luigi Grammatico, il quale, per la precisione con la quel riusciva a disegnare in mare le volumetrie dell'impianto di reti, era soprannominato "Giotto". Questi era, tra l'altro, cugino acquisito di Vito e Giuseppe, perchè sposato con Teresa Barraco, loro cugina di sangue. In qualche modo, la disputa per la successione a Granitola era stata risolta dentro il casato dei Barraco, attingendo ad un ramo, per così dire, "minore". Giotto sarebbe rimasto il "raisi" fino al 1965 ed i suoi furono anni importanti per la tonnara di Granitola. Discostandosi dall'impostazione tecnica del suo predecessore, improntata alla massima rigidità della struttura, il nuovo "raisi" procedette all'allungamento dei cavi di ormeggio ed alla riduzione del numero dei "marragghiuna" lungo il "summu" della "costa". La tonnara potè così rispondere con maggiore elasticità alle sollecitazioni delle correnti. L'ardita soluzione lo ripagò immediatamente con un record di catture: 2850 tonni nel 1963 (in una sola mattanza si tocco la punta di 900 esemplari). Ma la fortuna gli voltò subito le spalle: solo due anni dopo, nel 1965, la corrente fece "iri ri traversu" la tonnara, fece, cioè, accartocciare reti e "summi" e solo l'intervento del cugino Giuseppe Barraco, quell'anno di ritorno come "suttaraisi", salvò la stagione. Giuseppe intuì che per far tornare la tonnara in pesca fosse necessario rimettere in tensione, con l'ausilio del "rimorchiatori", gli ormeggi delle ancore che avevano fatto movimento. Il dottore Messina, detentore della quarta parte del capitale della tonnara, decise sua sponte di ricompensare Giuseppe alla stregua di un "raisi". Nessuno meglio del dottore Messina aveva il polso della situazione in tonnara; ad ogni stagione si trasferiva nel "palazzotto" insieme alla moglie (la signora Rosa), sorella di Attilio Amodeo, e alla numerosa prole. Il socio maggioritario "ia e binia ri Trapani" (andava e veniva da Trapani), dove curava anche altri affari e quindi qualcosa poteva anche sfuggirgli. Di certo non gli sfuggì l'errore commesso da Giotto, il quale, l'anno successivo non fu più richiamato; nè, d'altra parte, fu rimpiazzato da Giuseppe, che, a dire il vero, per quanto esperto, notoriamente difettava della capacità di imporsi sulla ciurma, requisito anch'esso necessario della "raisìa". "Era troppu bonu, un debbuli e pi fari lu raisi ci vulia pusu e a li voti esseri puru autoritari" (era troppo buono, un debole e per fare il rais ci voleva pugno di ferro e a volte anche essere autoritari) qualcuno racconta. La "raisia" risultava, infatti, da due principali componenti: il sapere tecnico e bio-meteomarino, entrambi empirici, e la capacità di organizzare e governare la ciurma. Ad essere designato per la stagione 1966 fu Pio Renda, appartenente alla gloriosa dinastia dei "raisi" di Bonaria (antichissima tonnara di andata nei pressi di Trapani). Egli portò con sè, quale "suttaraisi", Girolamo Barraco, detto Mommo. Era il fratello del defunto Vito e di Giuseppe, che ora veniva declassato a "capu ri guardia", incarico che accettò senza risentimento. Ancora una volta un fratello lo eclissava. Ma ancora una volta il destino lo riportava sul proscenio della tonnara: Mommo, colto da un male incurabile, lasciò la tonnara e Giuseppe fu nuovamente "suttariasi" già dal 1967. Quella non fu per niente una buona "acqua" (stagione): un enorme "piscicani" (squalo) infestava le acque del golfo di Tre Fontane e terrorizzò i branchi di tonni già entrati nell'isola; questi caricarono sulle reti delle "cammare" arrecando gravi danni all'impianto e riuscendo a fuggire [24]. La stagione si chiuse con un magro bottino: appena 480 tonni, cioè le catture di una sola mattanza.
Sotto il rais Renda, a Torretta fecero la loro comparsa i sommozzatori, principalmente incaricati di consigliare il "raisi" nell'individuazione di un "nautu" il cui fondale fosse "latinu" (piatto, senza scogli, preferibilmente sabbioso o fangoso, per evitare che reti e ancore restassero impigliate), di verificare periodicamente gli effetti delle correnti sulle reti, di ripararne gli squarci, di controllare il movimento dei tonni all'interno delle "cammare", di recuperare i pesci rimasti ammagliati. Prima dell'avvento dei sommozzatori erano i tonnaroti più giovani a tuffarsi in apnea e senza maschera fino a 10-15 metri di profondità per recuperare un pesce o riparare le reti.
I sommozzatori -in genere erano due- costituivano il prolungamento sottomarino della vista di "raisi" e "suttaraisi". Con l'acqua limpida e nelle prime ore del mattino, questi erano in grado di scrutare l'abisso fino a circa 25 metri di profondità lo facevano senza neppure bagnarsi un capello servendosi di uno strumento semplicissimo detto "specchiu", il quale consisteva in una grossa lente di vetro applicata al fondo di un cilindro di rame dotato di due impugnature. Bastava poggiare la pancia contro il bordo della barca e infilare la testa dentro lo "specchiu", tenendolo con le mani, e facendo in modo che la lente fosse immersa nell'acqua, per essere proiettati dentro il mare. Poichè l' "isula" era calata su un fondale alto circa cento metri, lo "specchiu" consentiva di coprire con la vista solo un quarto della sua profondità, e di conoscere, dunque, unicamente lo stato dello strato, per così dire, più superficiale delle "cammare". Per questo l'impiego dei sommozzatori fu una straordinaria innovazione. Anche loro divennero delle figure epiche in tonnara: uno rischiò addirittura di morire trafitto da un pescespada. Un altro, molto amato dai tonnaroti di Granitola, ebbe in sorte di morire nella tonnara di Porto Palo di Capo Passero, dove Giuseppe Barraco lo aveva voluto dopo la definitiva chiusura dell'impianto di Granitola. Si chiamava Sigfrido Zichichi (come lo scienziato trapanese, suo parente) ma tutti storpiavano il suo nome di evidenti origini teutoniche (la madre era tedesca) in "Siggiffridu". Morì della morte più banale di cui un sommozzatore possa morire in mare: indigestione. Non si trovava neppure in tonnara quando l'improvviso malore rapì la sua giovane vita ma nei fondali dell'Isola delle Correnti, uno scoglio che fa da spartiacque tra lo Ionio ed il Canale di Sicilia. Il giovane aveva appena pranzato quando Ignazio Barraco, diventato socio della tonnara siracusana, lo chiamò per immergersi e recuperare preziosi reperti archeologici dei tanti carichi affondati in età antica in quel tratto di mare così ostico. Quando la notizia della morte di "Siggifridu" giunse a Granitola, dove alcuni ex tonnaroti vivevano, non pochi ebbero ad esclamare: "tale padre, tale figlio!". In effetti, c'è chi ricorda che anche Vito Barraco, dietro minaccia di licenziamento, chiedeva ai suoi tonnaroti prestazioni che esulavano dal contratto, come effettuare scavi nottetempo in prossimità dei luoghi in cui, durante la costruzione della tonnara di terra, erano state trovate grandi quantità di ossa umane, forse di fosse comuni risalenti ad una battaglia ingaggiata dai bizantini contro gli arabi sbarcati a Capo Granitola nell'827 [25].
Invero, già nell'estate del 1947, la tonnara di Capo Granitola fu la prima nella storia delle tonnare di Sicilia, e probabilmente dell'intero Mediterraneo, ad accogliere l'immersione di un ardito "sommozzatore": il nobile Francesco Alliata, principe di Villafranca, Valguarnera e di altri ventitrè posti. Il principe, nel 1946, aveva fondato la "Panaria Film [26]" ed effettuato le prime riprese subacquee con ingombranti cineprese di propria invenzione; a Granitola, era giunto dopo essere stato respinto dai padroni della tonnara di Trabia, nel palermitano, ai quali si era presentato chiedendo di poter immergersi nel "corpu" e filmare i tonni irretiti. Per scaramanzia e superstizione, la richiesta del principe fu respinta. Nella giovane tonnara di Capo Granitola trovò un ambiente inconsapevolmente più moderno e così la sua macchina da ripresa fu ammessa senza indugio nel sacro recinto della morte [27]. Non fu l'unica occasione in cui la tonnara di Granitola uscì dal mare per entrare nella celluloide. Le cineprese vi fecero, infatti, ritorno nell'estate del 1955. A dirigerle fu Vittorio De Seta, al comando di una troupe di sei, sette tecnici, trasportati per cinque, sei giorni sul sito della tonnara con la barca a motore di un torrettese posta condotta da un giovinotto, Mimì Caleca, che per il disturbo avrebbe ricevuto il favoloso compenso di trentamila lire. Il regista De Seta non immerse le sue macchine in acqua ma realizzò un documentario in cinemascope di superbo realismo che ancora oggi si lascia guardare con emozione. Alcuna musica, alcun commento sonoro, alcun dialogo artefatto; i pescatori, "contadini del mare", sono ripresi nel vivo e nel vero di un'epica mattanza, nel fondersi e confondersi di suoni reali, come i canti, le esclamazioni del "raisi" e dei "tunnaroti", lo sciaquìo.. lo spazzare delle code dei tonni dentro al pagliolo del "vasceddu" irrorato di sangue, il cui rosso è fedelmente reso dal pioneristico uso del technicolor. Epigrafica e solenne, l'unica intromissione del regista all'inizio del docu-film, negli istanti in cui l'immagine è parzialmente coperta da una scritta in bianco: "Al largo delle coste siciliane gli uomini attendono i tonni che, da millenni, seguono una rotta sempre uguale. Quando nella rete affiora il tributo del mare, torna a ripetersi l'alterna vicenda della vita e della morte" [28].
Verso la fine degli anni Sessanta, il "raisi" Pio Renda consigliò ed ottenne che la proprietà, nel frattempo estesa alla Regione, finanziasse il rinnovo delle principali attrezzature da pesca: le boe in lamiera (introdotte negli anni Cinquanta in sostituzione dei "suari" - sugheri) furono rimpiazzate da quelle di plastica, ormeggi e lippe di vacilla furono realizzate in nylon, come anche le reti e parte del "corpu", fin lì, rispettivamente, in filetto di cocco e canapa. I nuovi materiali resero più agevoli le operazioni di "salpatu", in quanto il cordame in fibre sintetiche, diversamente da quello in fibre vegetali, non si inzuppava d'acqua aumentando straordinariamente di peso e rendendo più difficoltoso il recupero e trasporto a terra a bordo del barcareccio; le boe, inoltre, non avrebbero più necessitato di manutenzione perchè la plastica, diversamente dal ferro, è immune dall'azione corrosiva dell'acqua salmastra.
"Raisi" e "suttaraisi" erano le due più alte cariche della tonnara. A loro competeva il governo della ciurma che, fino al 1954, contava circa duecento operai (di cui 50-60 donne) ridottisi, in esito alla chiusura della filiera conserviera, a 130-150 (tutti di sesso maschile). La ciurma era divisa in due "eserciti": quello di mare, comprendente 80-100 uomini, e quello di terra, che contava 50-70 unità. Alloggi separati, ma qualitativamente identici, spettavano ai componenti delle due ciurme, quasi a rimarcare la differenza qualitativa tra i due mondi, terra e mare, ma al contempo la necessaria coordinazione -e dunque l'equiparazione- tra lavoro a terra e lavoro in mare. Tra il 1944 ed il 1954, la promiscuità tra uomini e donne fu impedita dall'esistenza di alloggi riservati alle signore e signorine che venivano a lavorare il tonno.
La ciurma di mare era organizzata in "varchi", cioè negli equipaggi di ciascuna delle barche che costituivano la flotta della tonnara, di cui si dirà presto. Ogni "varca" aveva il suo "capu ri guardia" (capobarca). A questa classe di sottoufficiali erano sottoposti i "marinara ri parti", sorta di caporali cui corrispondevano drappelli composti al massimo da sei, sette "marinara semplici". Chiaramente la gerarchia si estrinsecava in un riparto di responsabilità cui corrispondevano proporzionate retribuzioni. L'unità di misura della paga giornaliera era " a parti" (la parte). Essa spettava ai "marinara ri parti". Ai "marinara semplici" competevano 3/4 di "parti", ai "capi ri guardia" una "parti" e 1/4 , al "suttaraisi" due "parti" e al "raisi" quattro "parti". In valore assoluto, nel 1956, 3/4 di parti ammontavano a 550 lire (diventate, per effetto dell'inflazione, 950 nel 1970); si trattava di un compenso di tutto rispetto se paragonato alle 400 lire che un bracciante dell'entroterra si sudava con dodici ore di lavoro; tuttavia, il differenziale con le paghe associate al lavoro salariato del nord Italia era assai pronunciato, se si pensa che, nel 1954, una donna in filanda guadagnava anche 1000 lire al giorno. A livello regionale, i "tunnaroti" rappresentavano, dunque, una specie di "aristocrazia operaia", anche in ragione del fatto che alla paga base andavano aggiunti: la "panatica" (oggi si direbbe "importo sostitutivo di mensa"), "u migghiaratu", consistente in un premio di produzione monetario per ogni tonno catturato, e, infine, una razione di vino e il "tunnu a 'gghiotta", un premio in natura che scattava ogni 400 catture e consisteva nel più grosso tonno da spartire in porzioni eguali tra tutta la ciurma. Si consideri, inoltre, che il salario era raddoppiato nei giorni festivi, in cui non di rado, per esigenze legate all'alea del mare, era necessario lavorare. Le paghe venivano corrisposte in due tranche dal ragioniere Nino Buonfiglio (originario di Paparella, frazione di Valderice), fidato contabile di Attilio Amodeo che viveva in tonnara con la moglie: un acconto ad inizio stagione ed un saldo alla fine, computando tutte le giornate prestate e i tonni catturati. Per essere assunti in tonnara serviva il foglio di navigazione; veniva stipulato un contratto collettivo "senza orario" (per i lavori di mare non c'è, nè può esservi orario) in base al quale poche ma sicure marche contributive venivano versate al competente ente di previdenza sociale; quanto all'assistenza sanitaria, essa era a carico della "Cassa Marittima Meridionale per l'assicurazione degli infortuni sul lavoro e le malattie della gente di mare" istituita, con sede a Napoli, in epoca fascista.
La ciurma di terra comprendeva tutti gli operai addetti alle diverse mansioni che si svolgevano a terra: operai non specializzati addetti a lavori meramente esecutivi e ripetitivi (come, ad esempio, lo sbarco dei tonni ed il trasporto delle attrezzature dai magazzini alle barche e viceversa...), operai specializzati addetti a lavori per i quali era richiesta una certa professionalità ed esperienza (come, ad esempio, la cucitura delle reti, lo sventramento, la pulitura ed il taglio dei tonni, la cottura e l'inscatolamento, la riparazione delle boe di ferro, la costruzione di nuove barche e la periodica calafatura di quelle già esistenti...). L'autorità del "raisi" sulla ciurma di terra si affievoliva, per effetto dell'esistenza di una specie di messo della proprietà, detto "amministraturi [29]", che, a dispetto del nome, non si occupava dell'amministrazione dell'azienda-tonnara (funzione che era per intero demandata al ragioniere) ma semplicemente degli ordinativi e di controllare lo svolgimento delle attività di terra, riferendo direttamente ai padroni. Per tanti anni il trapanese Turiddu Barrabbini ricoprì questa mansione; la sua famiglia viveva con lui in tonnara.
Gran parte dei lavoratori della tonnara proveniva dal capoluogo per un semplice motivo: Trapani era il bacino di relazioni parentali e amicali in cui operava la selezione che i proprietari sui "raisi" e "amministratori" e di questi ultimi sulla ciurma, di mare e di terra. Cionondimeno diversi pescatori locali venivano assoldati ogni stagione (i fratelli Calamusa, Nino e Turi, Mimì Calca, 'Nzulu e Paolo Vaiana...): essi però, finita la giornata di lavoro, tornavano nelle proprie abitazioni. Quando le catture erano abbondanti, anche alcune donne del posto potevano essere chiamate a collaborare, per lo più in nero, con le operaie trapanasi addette a "stivari lu tunnu 'nt li buatti" (conservare il tonno nei contenitori). Tra queste vi fu Anita Lipari, la giovane diciannovenne che "zù Pippineddu" sposò in seconde nozze nel 1952. La tonnara non era, dunque, solo un tempio del lavoro: anche la vita quotidiana aveva i suoi spazi, visto che si arrivava persino a combinare matrimoni.

Barracchi: vita domestica

Vita domestica negli alloggi dei tonnaroti (si noti il basilico nella latta di tonno sul davanzale a destra).

Per rendere onore al vero, è bene non idealizzare la vita quotidiana della tonnara: dai toni epici del lavoro in mare si passava repentinamente a quelli triviali della bettola. Non appena tornavano dal mare, i "tunnaroti" si sciacquavano alla meglio nelle "pile" delle "barracche" (delle improvvisate doccie!) e indossavano indumenti asciutti; quelli da lavoro, ogni tanto li lavavano con con qualche poco di sapone e li stendevano lungo i muri degli alloggi. Ovviamente, in quei momenti non si vedeva una donna in giro! Negli ultimi anni, quando la tonnara passò progressivamente alla Regione, i "tunnaroti" dovettero indossare delle divise da lavoro con tanto di logo "Sicil Tonnara": stridulo canto del cigno! Rivestitisi, tra una sigaretta e l'altra, a gruppi attendevano che il rispettivo "marinaru" di turno -che per svolgere questa mansione iniziava la giornata lavorativa un'ora dopo e la terminava un'ora prima rispetto ai compagni- finisse di preparare la cena. Non vi era un locale che ospitasse la cucina e il refettorio. Nello spiazzo a ovest dell'ultima "barracca", proprio all'ombra del muro perimetrale che separava la tonnara dalla spiaggetta c.d. Stassi, vi era un'improvvisata batteria di cucine da campo. Si trattava di focolari costituiti da conci di tufo disposti in maniera tale da formare dei piccoli cubi cavi aperti su due facce: quella superiore e una laterale; nell'incavo veniva arsa la legna, la cui fiamma riscaldava il cibo posto sopra delle barre di ferro. Come pentole si usavano delle capienti "buatte" di tonno che lo "stagnaru" (stagnino) aveva provvisto di manici. Il fumo le rendeva praticamente nere, per cui, dopo l'uso, ci si limitava a dare un pulita solo all'interno. Ogni "tunnaroto" portava con sè la propria gamella d'alluminio e alcune posate. Si preparavano piatti semplici: pasta "ca sarsa" (al sugo di pomodoro), pasta con l'aglio soffritto e qualche volta "scamale" (piccoli pesci) bollito, a brodo o arrostito. Si cucinava sempre qualcosa in più da consumare a bordo il giorno successivo. Talvolta, alcuni gruppi di "tunnaroti" non accendevano il fuoco e facevano cena fredda con pane, pesce salato e qualche "cocciu" di pomodoro. L'olio per condire non mancava mai (almeno fino al 1954-55): qualcuno trovava sempre il modo di averne qualche poco di quello usato negli stabilimenti conservieri; l' "amministraturi" poi, su incarico dei padroni, ne distribuiva qualche litro alle più alte cariche della ciurma. Neppure basilico e mentuccia mancavano: i "tunnaroti" facevano crescere queste piante aromatiche nelle "buatte" di tonno arrugginite poste sulle finestre e sui muretti dei corridoi esterni delle "barracche". Le cene importanti erano quelle che facevano seguito alle grandi mattanze, quelle cioè che facevano scattare il premio del "tunnu a 'gghiotta" e del vino [30]. Era quello un momento catartico, in cui i "tunnaroti" finalmente mangiavano, nel senso materiale del termine, il frutto del loro lavoro; psicanaliticamente si potrebbe dire che lo "interiorizzavano" ricucendo ogni possibile strappo tra sè e quella esternazione di sè che è il lavoro dipendente. V'era in quei momenti un inconscio riconoscimento di sè nel proprio lavoro: un potente anticorpo contro l'alienazione tipica della vita in fabbrica dove l'operaio, posto in un preciso punto della catena di montaggio, avvitava sempre lo stesso bullone su una carrellata di pezzi identici che scorrono anonimamente davanti. La tonnara non era un "falastero" da socialismo utopista, ma tra il lavoro che vi si svolgeva e l'atmosfera di "Tempi moderni" di Charlie Chaplin v'era una distanza siderale. Eppure, qualche segno di alienazione non mancava...

Barracchi

Alloggi dei tonnaroti (veduta da nord-ovest).

Terminata la cena, che si consumava vivacemente alle ultime luci del giorno su tavoli improvvisati e seduti su panche, i "tunnaroti" facevano strada, ciascuno insieme a coloro che riteneva suoi "cumpari" (compari, amici stretti), per raggiungere la piazza di Granitola. Lì si dividevano tra le due taverne esistenti: quella del "mutulatu" (mutilato) [31] e quella di Marconi, non distante dal luogo in cui sorgeva la Chiesa. Per l'oste la presenza dei "tunnaroti" era una manna caduta dal cielo: il vino scorreva a fiumi. Molti "tunnaroti" scialacquavano in taverna l'intero acconto ricevuto dal ragioniere Buonfiglio ad inizio stagione. Quando era ormai buio pesto e le taverne chiudevano, in pochi riuscivano a ritrovare la strada per il ritorno, cosa che difficilmente poteva accadere negli anni in cui restò aperta, proprio a cento metri dalla tonnara, la taverna di Giorgi. Gli ubriachi, se non riuscivano ad appoggiarsi a qualche "cumpari" più lucido, si adagiavano sul ciglio della strada, "si lanzavanu" (vomitavano) e "s'addummiscianu" (si addormentavano); all'alba un "marinaru" veniva inviato dai rispettivi "capi ri guardia" per andare a recuperare i "caduti" e metterli in condizioni di potersi presentare al cospetto del "raisi". Quando il ritardo era considerevole, il rimprovero di quest'ultimo era assicurato. Ciascuno era libero di fare ciò che voleva dei propri soldi e del proprio tempo libero, purchè all'orario concordato si presentasse in banchina per salpare o in qualunque altro posto dello stabilimento per svolgere la sua mansione. Il nome dei recidivi e di quelli che lavoravano male o di malavoglia venivano sottolineati con un tratto rosso nel libro paga ed era matematico che l'anno successivo non sarebbero stati richiamati: questo potere competeva al "raisi" che poteva usarlo come efficace deterrente sulla sua ciurma. Dunque, in alcuni casi si poteva parlare di alcolismo cronico, assai diffuso nell'ambiente marinaro, specie tra gli operai di più basso livello. Ma, a parte questo vizio, i "tunnaroti" erano brava gente: la tonnara era frequentata o abitata anche da donne e bambini e mai si è sentito di molestie loro arrecate; anzi, finchè non furono costruite le latrine alla turca all'interno delle "barracche", i "tunnaroti" con molta discrezione facevano i loro bisogni all'aria aperta e se qualcuno si permetteva di orinare in posti in cui potesse essere visto turbando la sensibilità di donne e bambini, veniva prontamente richiamato. Va rimarcato che nei pressi della tonnara alcuna donna svolgeva il più antico mestiere del mondo: v'era il famigerato bordello di Maria Lentini al "Santu Munti" di Campobello di Mazara ma è assai improbabile che, a piedi o con qualche bicicletta di fortuna, i "tunnaroti" vi si recassero dopo una stancante giornata di lavoro. I tredici chilometri di distanza fungevano da freno inibitore per i loro ormoni, che se ne dovevano stare quieti fino ai tre giorni ferie spettanti in occasione dei festeggiamenti per la Madonna di Trapani. Lì, porto di mare, era un'altra cosa: le donnine abbondavano e, tra marinai e militari, erano in tanti a frequentare le loro case.
Chi beveva con moderazione riusciva a guadagnare gli alloggi. Ciascun blocco di alloggi comprendeva più "barracche", stanze di una ventina di metri quadrati in cui erano sistemati tre letti a castello costruiti in loco con tavole di legno e cordame. Il corredo di ciascun "tunnarotu" era essenziale: il materasso imbottito di lana ed un "baullu" (baule) di legno con tanto di serratura contenente indumenti, documenti, soldi e altri effetti personali. Un camion dell'impresa Amodeo trasportava tutta questa "robba" (corredo) da Trapani ad inizio stagione e poi la riportava lì: il centro di raccolta e smistamento era il magazzino della ditta. Ogni anno, vedendo gli operai scaricare materassi e "baulli", gli abitanti di Torretta con simpatia avevano ad esclamare: "stannu arrivannu li tunnaroti!" (presto arriveranno i tonnaroti). E, in effetti, quell'esercito di trapanesi, oltre ad animare il piccolo borgo, portava reddito con l'assunzione di decine di uomini e donne del posto, con l'attivazione del piccolo indotto delle taverne, una delle quali fungeva anche da "putìa" (bottega) pane, generi alimentari di prima necessità ed aveva la privativa per vendere le sigarette.

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