Il viaggio continua...

   Antologia di versi e foto per chi naviga oltre Capo Granitola


Nel mare l'origine

«L'essenza della patria è (...) la spaesatezza» (Heimatlosigkeit) dell'uomo (...), il principio di estraneazione, (...) [il] tagliare definitivamente i ponti con la nostra pretesa origine. Quell'origine non è la nostra e non sta lì dove la cerchiamo. Essa è sempre altrove: (...) irrecuperabile. Perciò, più che origine, questa (...) è il luogo - assente, scomparso, disperso - della (...) mancanza, del suo difetto: lacuna, cesura, vertigine, piuttosto che sito, patria, radice. Terra - ma terra scossa, scavata, traversata della propria alterità. Terra straniera: originata dall'estraneo (...) e all'estraneo rivolta. terra incapace di riposare su se stessa. Non fondata e per questo impossibilitata a fondare alcuna identità. (...) Improprietà originaria. (...) Terra dell'alterità. (...) Ritiro della terra. Terra-che-si-ritira e che in tale ritiro ritrova qualcosa che non è nè un destino, nè, tantomeno, un compimento: semmai segni di un tramonto (...).
«Ma la ricchezza ha inizio nel mare» (Es beginnet namlich der Reichtum/ Im Meere). (...) Il mare è il luogo dell'improprio. Della lontananza da casa e dell'erranza. La forma mobile ed estrema di quella scissione cui siamo abbandonati. L'elemento dello sradicamento - e perciò stesso della perdita di padronanza sul nostro destino. Che noi siamo i naviganti non vuol dire altro da questo: la nostra condizione è quella di un viaggio lontano da noi stessi. Ma (...) tale allontanamento ha una meta oltre la traversata o la meta coincide con la traversata stessa?
«Nell'aperto del mare si prepara l'ultima decisione della svolta dall'estraneo al proprio». «Il mare dona e toglie il ricordo» (Es nehmet aber/ Und gibt Gedachtnis die See): «E' soltanto la dedizione all'estraneo concessa lungo la rotta marina a risvegliare, alla vista dell'estraneo stesso, il pensiero del proprio». (...) Il mare, (...) principio di "commistione", di "eterogeneità", di "estraneità": «il paese che incontriamo per primo al di là del mare è esso stesso un territorio molteplicemente sparpagliato nel mare (...)»
(...) Il mare (...) non è l'urto-contro della schiuma che batte sulla terra. Il mare (...) non rimanda più all'illimite, ma alla finitezza della nostra esistenza. Più che alla conquista, destina al naufragio: non come incidente imprevisto e imprevedibile, ma come la condizione stessa del nostro essere al mondo perfettamente simboleggiata nel "vous êtes embarqués" pascaliano. (...) Il presente è il tempo della perdita dell'origine. (...) A tale impossibilità rimanda la metafora vuota del mare. Che esso non abbia fine, direzione, logica vuol dire che l'origine stessa si è inabissata tanto profondamente da non potersi mostrare che nel movimento del suo ritiro. Questo è il mare: l'eterno andare-e-venire delle sue onde: (...) il movimento di risacca che drena sulla terra qualcosa del mare e viceversa. Perchè il mare di cui qui si parla non va affatto inteso in contrapposizione alla terra. Piuttosto come il suo significato segreto. La dimensione oscillante, precaria, inquieta che della terra costituisce il sottofondo celato. Ciò che la terra non può vedere da se stessa.»

(testo tratto da Roberto Esposito, Communitas - Origine e destino della comunità , Torino, 1998, p. 113 ss.)


C'è più storia in un metro cubo di mare che in mille ettari di terraferma. Più poesia nelle geometrie non euclidee di un'onda che origina dalle profondità marine che in una cattedrale innalzata dagli uomini. Più potenza in una tempesta di mare che in una guerra scatenata dagli uomini. Nel mare tutto ha avuto inizio, nel mare tutto fa ritorno, tutti fanno ritorno. Il mare: la vera casa dell'essere.

Gianluca Serra

Dune (Foto di Michele Salducco)

Dune presso Kartibubbo.

Vento sul molo

Silente nella darsena il mare
opaco specchio di nubi dense.
Masse d'acqua oltre il molo
senza pace dall'anima
mosse di vento
trasmigrata da passata stagione.

Pensili sulla cala algosa
tra le barbe crespe di giove
arse da agosto
poppe inerti di vascelli
di tonnara neri
come il buio dell'abisso
profondo ch'attende propizia
marea per risalire
e farsi notte.

Sul capo il faro
fusto bianco
come la spuma
dei flutti infranti
sulle sue radici di roccia.
Spia, l'occhio
socchiuso, arditi voli
di piccoli gabbiani
lievi nell'aere salmastro.

Fluttua l'orizzonte
non v'è confine tra battaglia
a mare
e cielo che s'arma:
da quello paiono
sortire nubi
da questo onde.

(Gianluca Serra, 29 agosto 2002)

Dune (Foto di Michele Salducco)

Molo della tonnara di Capo Granitola al tramonto in estate.

Dune (Foto di Michele Salducco)

Poppe del barcareccio abbandonato della tonnara di Capo Granitola.

Dune (Foto di Michele Salducco)

Faro di Capo Granitola controluce.

"Anche quando, come talvolta succede, sono eretti nell'entroterra, restano distanti e in un mondo a parte (...) su un cordone litoraneo. (...) Sembrano congelati nel loro isolamento superbo. Questa posizione è strana. Forse il mare li ha trascinati lì come deposita alghe, detriti o conchiglie vuote?

I fari a terra sembrano vicini, ma rimangono distanti. Si animano di notte, quando la loro luce ci brilla sopra la testa (...). Possente, ciclopico, il fascio di luce gioca con l'orizzonte, scende appena a sfiorare i gabbiani. Si accosta a una nave che naviga contro vento, le fa l'occhiolino passando, ma non si sofferma: il suo raggio si dissolve nella notte e sparisce all'improvviso così come è venuto. Questo lungo grido di luce è partito per perdersi nel firmamento, per rispondere ai richiami tremolanti delle stelle?".

(da C. Paolini, I guardiani dei fari, 2007, p. 11)


S'ode ancora il mare

Già da più notti s'ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d'una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d'uccelli delle torri, che l'aprile
sospinge verso la pianura. Già
m'eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora, di me un'eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.

(Salvatore Quasimodo)


Mare

Sconfinato, per lo più insondato
nei suoi fondali,
eternamente diviso, lacerato
tra abissi e superficie,
aperto sotto un altro
infinito dello stesso colore,
cui si fonde
nello spigolo estremo dell'orizzonte.
Solcato da navi
che cercano Itaca
lottando le tempeste
e soffrendo la stasi
nei giorni in cui Eolo tace.
Somiglia tanto all'uomo la sua condizione.

(Gianluca Serra, 18 novembre 2000)

Fessura di cielo (canale di frantumazione - Cave di Cusa)

Fessura di cielo (canale di frantumazione,Cave di Cusa).

Distanza siderale

Esclusa agli umani sguardi
di remotissimi astri
nell'abisso infinito
luce viaggia verso cieli terrestri.
Il brillare di queste notti
viene da giorni lontani
quando occhi di estinti popoli
i cieli scrutavano
dèi e rotte cercando,
luce di stagioni chiuse all'uomo trovando.
Ai naviganti della vita
con siderali ritardi arrivano
antichi raggi, orfani di chi vano li attese.
Scalda il tuo volto
su un lido lontano dal mio
una luce stanca
di mill'anni,
forse di stella morta.

(Gianluca Serra, estate 2000)

Inclinazione alla solitudine (Cave di Cusa)

Inclinazione alla solitudine (Cave di Cusa).

Vento a Tindari

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull'acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m'assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m'accompagna
s'allontana nell'aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d'ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d'anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l'esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d'armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m'ha cercato.

(Salvatore Quasimodo)

Stasi (barca a vela al largo di torre Saurello)

Versante occidentale del porticciolo di Capo Granitola in autunno.

Stasi (barca a vela al largo di torre Saurello)

Barca a vela al largo di torre Saurello in pieno agosto.

Passa la nave mia colma d'oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla e Cariddi; et al governo
siede il signore, anzi 'l nimico mio;

a ciascun remo un penser pronto e rio
che la tempesta e 'l fin par ch'abbi a scherno;
la vela rompe un vento umido, eterno
di sospir, di speranze e di desio;

pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna e rallenta le già stanche sarte
che son d'error con ignoranzia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l'onde è la ragione e l'arte,
tal ch'i 'ncomincio a desperar del porto.

(Francesco Petrarca, Canzoniere, CLXXXIX)

Porta sull'azzurro (discesa alla spiaggetta Stassi)

Porta sull'azzurro (accesso alla spiaggetta "Stassi", un tempo chiamata anche "spiaggetta di li fimmini" in quanto erano solite recarvisi principalmente donne, rassicurate dalla circostanza che, ai tempi, il piccolo arenile non era visibile a passanti e curiosi dalla strada sovrastante).

Gente spaesata

Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.
Alla sera, che l'acqua si stende slavata
e sfumata nel nulla, l'amico la fissa
e io fisso l'amico e non parla nessuno.
Nottetempo finiamo a rinchiuderci in fondo a una tampa,
isolati nel fumo, e beviamo. L'amico ha i suoi sogni
(sono un poco monotoni i sogni allo scroscio del mare)
dove l'acqua non è che lo specchio, tra un'isola e l'altra,
di colline, screziate di fiori selvaggi e cascate.
Il suo vino è così. Si contempla, guardando il bicchiere,
a innalzare colline di verde sul piano del mare.
Le colline mi vanno; e lo lascio parlare del mare
Perchè è un'acqua ben chiara, che mostra persino le pietre.

Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra
con le linee sicure dei fianchi, lontane o vicine.
Solamente, le mie sono scabre, e striate di vigne
faticose sul suolo bruciato. L'amico le accetta
e le vuole vestire di fiori e di frutti selvaggi
per scoprirvi ridendo ragazze più nude dei frutti.
Non occorre: ai miei sogni più scabri non manca un sorriso.
Se domani sul presto saremo in cammino
verso quelle colline, potremo incontrar per le vigne
qualche scura ragazza, annerita di sole,
e, attaccando discorso, mangiarle un po' d'uva.

(Cesare Pavese)

Occhio sul passato (baglio Ingham)

Occhio sul passato (baglio Ingham).

Mito

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell'uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov'erano le spiagge d'un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l'estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all'orecchio i fragori del sole
fatto sangue. è mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s'ammassano più come frutti; nell'acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l'odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d'estate.
Se qualcuno spariva, c'era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un'ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell'uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell'alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Nè il mare dell'aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell'uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

(Cesare Pavese, Lavorare stanca, 1936)

Porta sull'azzurro (discesa alla spiaggetta Stassi)

Zabbara presso il muro del faro di Capo Granitola al crepuscolo.

Brise marine

La chair est triste, hélas! et j'ai lu tous les livres.
Fuir! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D'être parmi l'écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce coeur qui dans la mer se trempe
O nuits! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai! Steamer balançant ta mâture,
Lève l'ancre pour une exotique nature!
Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l'adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu'un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots...
Mais, ô mon coeur, entends le chant des matelots!

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Arenile della baia a levante del faro di Capo Granitola in inverno.

La vertigine

Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto
voi vedo immersi nell'eterno vento;

voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all'erbe dell'aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.

Oh! voi non siete il bosco, che s'afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d'altrettanto non va su, sotterra!

Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s'effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.

Eternamente il mar selvaggio l'onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.

Ma voi... Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
a questa informe oscurità volante;

che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell'oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!

Ma quando il capo e l'occhio vi si piega
giù per l'abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il luccichìo di Vega...?

Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d'erba, per l'orror del vano!

a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,

su quell'immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!

Su quell'immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.

Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:

se mi si svella, se mi si sprofondi
l'essere, tutto l'essere, in quel mare
d'astri, in quel cupo vortice di mondi!

veder d'attimo in attimo più chiare
le costellazioni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!

precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d'un millennio ogni momento!

di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;

forse, giù giù, via via, sperar... che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,

di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

(Giovanni Pascoli)

Pioggia sul mare di Granitola (foto di Andrea Catarinicchia)

Pioggia sullo scivolo del porticciolo di Capo Granitola.